Testo e disegni di
Carlo Faillace
Cari ragazzi,
mi chiamo Pon Pon e sono un cavallino piccolo: uno di quelli che voi uomini chiamate pony. Ho un mantello del colore dell'oro e una criniera bionda bionda, proprio come lo è la mia codona, tutta ondulata e lunga fino a terra. Sono nato in primavera in un posto bellissimo che non dimenticherò mai. Vivevo con mia mamma in una terra grande con tanti prati e colline verdi. Insieme a noi c'erano delle altre signore pony con i loro figli, cioè i puledrini come me. I miei compagni ed io
scorrazzavamo per i campi mentre le nostre mamme, senza mai perderci d'occhio, pascolavano. Dovevano mangiare tanta erba per fare tanto latte per noi., che ogni tanto andavamo a rifocillarci con una bella poppata. Quando eravamo stanchi, ci buttavamo sdraiati sull'erba a goderci il tepore dei raggi del sole di maggio.
Era bella la nostra vita, allora! Crescevamo liberi e felici. Noi non dobbiamo andare a scuola come voi. Siamo degli esseri semplici e per vivere dobbiamo imparare solo un paio di regole fondamentali. La prima è quella di stare sempre all'erta, di allarmarci per ogni rumore sospetto e di essere pronti alla fuga. Per migliaia di anni i nostri antenati sono stati cacciati dagli animali predatori, oltre che dall'uomo. La loro sopravvivenza, perciò, dipendeva dalla rapidità con la quale riuscivano a scappare.
In quei tempi, chi si attardava e non era svelto a spaventarsi e veloce a correre finiva per diventare un bel pranzetto per qualcuno. Questa regola, perciò, era molto importante: se non la si fosse seguita la nostra specie si sarebbe estinta già nei lontanissimi secoli della preistoria. Noi, oggi, la impariamo subito, automaticamente, perché è un nostro istinto. L'altra regola è quella di riconoscere i tipi di erba per distinguere quelli che ci fanno bene da quelli che ci fanno male. La impariamo un po' dalle nostre mamme, un po' dalle nostre esperienze e un altro po' da quell'istinto che ci viene da lontano. Noi ci preoccupiamo, quindi, solo di vivere giorno per giorno, seguendo le strade dell'erba. Ecco perché abbiamo bisogno di grandi spazi.
In quei giorni felici non sapevamo neppure di avere un nome, perché quella di dare nomi è una abitudine che hanno gli uomini. Io conoscevo il nitrito di mia mamma e lo riconoscevo tra tutti gli altri, perché per me era unico al mondo. Così mia mamma conosceva il mio nitrito che, per lei, era unico al mondo. Non sapevamo nulla degli uomini. Li avevamo visti, qualche volta, da lontano. La loro presenza innervosiva le nostre mamme e quindi anche noi. Il vento ci portava il loro odore. Per noi era una puzza e non ci piaceva. Non immaginavamo che quello strano animale ci avrebbe tolto la nostra vita spensierata e la libertà.
Un giorno, infatti, arrivarono tanti uomini. Avanzavano da ogni parte sui nostri prati venendoci incontro. Portavano in mano delle cose lunghe, che, quando le agitavano, facevano un rumore secco e sonoro e ci spaventavano. Non sapevo ancora che quelle cose si chiamavano fruste. Impauriti, cominciammo a correre. Ognuno di noi cercava la sua mamma e ogni mamma chiamava il suo puledro. Gli uomini erano dappertutto e facevano grande rumore con le fruste e con la voce. Si creò una confusione tremenda e scappammo in tutte le direzioni senza capire dove si andasse. L'aria era piena di polvere, di suoni e dei nitriti nostri e di quelli disperati delle nostre mamme. A un certo punto mi parve di vedere mia madre. Corsi verso di lei, ma trovai davanti a me un uomo e sentii un sibilo e poi un dolore cocente sulla spalla e allora scappai al galoppo insieme ai miei compagni, mentre gli uomini ci inseguivano e ci spingevano lontano, sempre più lontano dalle nostre mamme,
finchè ci trovammo chiusi in un piccolo recinto, ammassati gli uni agli altri e impauriti.
Due uomini si avvicinarono. Mi presero con una corda. Cercai di liberarmi, ma mi sentii soffocare. Mi afferrarono per le orecchie e me le storsero facendomi tanto male che restai immobile per il dolore. Mi buttarono a terra e un altro si avvicinò con una cosa caldissima che mi poggiò sul collo e mi bruciò. Mi avevano marchiato a fuoco. Poi mi liberarono e, dolorante, corsi a trovare rifugio in mezzo ai miei compagni. Ad uno ad uno toccò a tutti la stessa tortura. L'odore acre del pelo e della pelle bruciati ci seccava la gola. Finalmente tutto finì e gli uomini se ne andarono e venne la notte. Noi restammo chiusi nel recinto, tristi e spaventati, sotto un cielo pieno di stelle, che sembravano vicine e fredde. Qualcuno, ogni tanto, chiamava la mamma. Il nitrito si perdeva nel buio inghiottito dal silenzio. In un giorno solo avevamo conosciuto la violenza degli uomini e perso la mamma e la libertà.
Non ricordo se restammo in quel recinto pochi o molti giorni, perché quel periodo fu così pieno di sofferenza e di esperienze dolorose e mortificanti che la memoria sembra volerlo riporre nelle nebbie del dimenticatoio. Ricordo, però, che un giorno fui preso e portato a forza in un recinto ancora più piccolo e di forma circolare. Mi spinsero in bocca, di traverso, un ferro alle cui estremità erano due anelli, che uscivano dagli angoli delle labbra, ai quali erano attaccate delle cinghie di cuoio, che mi passavano sulla nuca, dietro le orecchie, reggendolo in modo che non potessi sputarlo fuori. Noi abbiamo due serie di denti: una anteriore e una posteriore. Tra le due c'è uno spazio vuoto nel quale si colloca il ferro, detto anche imboccatura, che poggia sulla gengiva passando sopra la lingua. Mi faceva male e, inoltre, quando lo movevano malamente, mi premeva sul palato.
A uno degli anelli attaccarono una corda. Un uomo la teneva in una mano e agitando con l'altra una frusta, voleva farmi girare in circolo attorno a lui. Cercai di ribellarmi, lottai, ma invano. Più mi agitavo e tiravo per liberarmi, più quel ferro in bocca mi procurava dolore. Cercai di capire cosa gli uomini volessero da me e mi sforzai di assecondarli per soffrire di meno. Mi misero, allora, una cosa sulla schiena, tenuta ferma da una cinghia stretta, che passava sotto la mia pancia. Provai a togliermela di dosso, ma inutilmente. Fui costretto ad arrendermi e mi rassegnai a portare la sella. A questo punto uno degli uomini, per mia fortuna più piccolo degli altri, mi salì sopra. Attaccarono agli anelli del ferro altre due strisce di cuoio. L'uomo che mi montava le prese in mano e, servendosene, mi trasmetteva la sua volontà per mezzo dell'imboccatura, il che mi fece soffrire non poco. Da quel momento ebbe inizio il mio addestramento, che consisteva nell'imparare a obbedire a tutto ciò che l'uomo comandava. La mia indole è molto buona e perciò mi assoggettai, cercando di accontentarlo. La fatica più grande, però, fu quella di capire, giorno dopo giorno, cosa volesse. Quando lo capii mi resi conto che si trattava di cose per me tutte inutili e senza senso.
Mi portavano, ora, in un recinto rettangolare col fondo di sabbia. L'uomo che mi montava mi costringeva a percorrerne il perimetro facendomi ripetere sempre lo stesso giro in un senso o nell'altro, il che per me non aveva alcun significato, perché non andavamo da nessuna parte e si passava e ripassava sempre negli stessi posti. Se cercavo di tagliare l'angolo, per fare meno strada, mi ci spingeva dentro a forza martirizzandomi con l'imboccatura e con la sua gamba, che mi premeva il fianco e aveva una cosa appuntita che mi pungeva la pelle e a volte mi feriva: lo sperone. Mi faceva fare anche dei circoli e dei semicircoli sia al passo che al trotto e, peggio ancora, al galoppo. Per me galoppare lì dentro era una vera assurdità, perché il galoppo è l'andatura per giocare o per scappare. Certamente in quel posto non si giocava. Da che cosa dovevo e potevo scappare? Non so se il martirio più grande era quello della noia di dover andare in giro senza scopo in quello spazio ristretto o quello della sofferenza fisica da patire per compiacere l'uomo, non solo dovendomelo portare sulla schiena, ma subendo anche punizioni con frustate, speronate e colpi in bocca se non capivo cosa dovevo fare per lui.
In quel recinto, sparsi e sistemati qua e là in vario modo, c'erano dei lunghi pezzi di legno tondi e colorati, tenuti sollevati da terra da dei sostegni verticali posti alle loro estremità. Un giorno,
l'uomo che mi montava, dopo avermi fatto prendere il galoppo, mi diresse verso uno di quei legni. Quando mi trovai davanti la barriera che mi chiudeva la strada, pensando di aver sbagliato direzione e non sapendo cosa fare, mi arrestai di colpo. La fermata improvvisa fece staccare dalla mia schiena l'uomo, che, passando al volo sopra la mia testa, andò a finire per terra dall'altra parte del pezzo di legno. Che gioia! Avevo scoperto un modo per sbarazzarmi di lui! Mi misi a correre in lungo e in largo per il recinto, tutto contento. Purtroppo la mia libertà riconquistata non durò molto. Da quel recinto non si poteva uscire. Ben presto mi ripresero e l'uomo risalì sulla mia schiena tutto arrabbiato e mi fece ripartire al galoppo, di nuovo verso la barriera; invece di fermarmi, pensai che forse bisognava evitare l'ostacolo passando alla sua destra. Feci così, ma l'uomo si arrabbiò moltissimo: mi fermò e mi diede delle frustate violente. Mi rimise al galoppo e mi riportò ancora verso la barriera. Questa volta pensai che
senza dubbio bisognava passare alla sua sinistra. Mi ero di nuovo sbagliato . Quello, infatti, diventò una furia e mi picchiò con la frusta su tutto il corpo, mi strapazzò la bocca con quel maledetto ferro e mi punse i fianchi con gli speroni. Ero tutto ansimante, sudato e spaventato. Nella disperazione, pensai che probabilmente l'uomo voleva la cosa più stupida di tutte: invece di passare a destra o a sinistra di quell'ostacolo, dove la strada era libera, bisognava passarci sopra, facendo una fatica maggiore. Così, quando mi ritrovai di nuovo in direzione di quel legno colorato, presi l'iniziativa e ci andai contro a gran velocità e lo saltai. L'uomo fu tutto contento. Da quel momento, però, mi toccò saltare ogni giorno ostacoli di forma diversa, che diventavano sempre più alti. Non mi piaceva, ma far contento l'uomo significava scegliere il male minore.
Alcuni giorni dopo l'inizio di questi supplizi, insieme ad alcuni dei miei compagni, ero stato portato via dal recinto nel quale ci avevano chiusi quando eravamo stati fatti prigionieri. Ci avevano fatto entrare in un grande ambiente coperto, dove la luce era poca e non si vedevano né il cielo né il sole.
Allineati lungo le pareti c'erano tanti piccoli spazi, separati uno dall'altro mediante dei divisori in legno. Ognuno di noi era stato legato in uno di quegli spazi con la testa al muro. Avevamo perso anche l'ultima briciola di libertà. Non potevamo più guardare lontano verso le grandi pianure verdi e le dolci colline dei nostri giorni felici né potevamo volgere le orecchie al vento per ascoltare i suoni che ci portava e udire, chissà, forse il nitrito della nostra mamma. Se ne andava ogni speranza ed eravamo condannati a fissare un muro del quale imparai ogni crepa e ogni macchia, fin le più piccole, mentre una profonda tristezza si andava pian piano mutando in una rassegnazione sconsolata.
Ogni giorno, a interrompere la noia della prigionia, arrivava il momento in cui ci mettevano addosso la sella e i finimenti e ci portavano nel recinto con la sabbia dove ci facevano trottare, galoppare e saltare, saltare, saltare. Eravamo costretti a una fatica che ci faceva venire dolori alla schiena e ai piedi e ci deprimeva al punto che non vedevamo l'ora di essere riportati al nostro posto, col naso al muro a giocherellare con la corda che ci teneva legati: almeno lì ci lasciavano in pace.
Qualcuno di noi era stato portato via e non era tornato più. Un giorno toccò anche a me. Mi spazzolarono il pelo ben bene e mi portarono all'aperto dove c'erano tanti uomini che mi toccarono tutto il corpo, mi alzarono i piedi, mi aprirono la bocca per controllare i denti e alla fine mi costrinsero a entrare in una cosa stretta e buia e mi ci chiusero dentro. Dopo un po' sentii un rumore terribile e mi sembrò che ci fosse un terremoto. Il pavimento sotto i piedi tremava e oscillava. Faticavo a restare in equilibrio e il cuore mi batteva forte forte per la paura. Passò un tempo che mi sembrò eterno. Quando, finalmente, il rumore e i sobbalzi cessarono, la porta si aprì, venni fatto uscire e mi trovai in un mondo completamente cambiato, tutto diverso da quello che conoscevo. Anche gli odori erano nuovi. Mentre cercavo di riordinare le idee e di trovare il senso di quello che era successo, vidi improvvisamente tanti cavalli giganti. Avevo sempre creduto che i cavalli fossero tutti come eravamo i miei compagni, le nostre mamme e io. Questi, invece, erano tre o quattro volte più grandi di noi. Anche loro portavano sulla schiena un uomo, che, in un grandissimo campo di sabbia, li obbligava a galoppare e a saltare gli ostacoli colorati, proprio come faceva con noi. Anche loro, quindi, erano schiavi dell'uomo. Non ebbi molto tempo per guardarmi attorno, ma mi resi conto che oltre a quel grande campo di sabbia non c'erano altri recinti. Fui portato in un ambiente chiuso, quasi uguale a quello dove ero stato prima. Invece di legarmi con il naso al muro, mi chiusero in un recintino piccolo piccolo, che voi chiamate box, dove almeno avevo la possibilità di rigirarmi. Intorno a me, chiusi anche loro ciascuno in un box, c'erano altri cavalli, tutti incuriositi dal mio arrivo. Passai la notte pensando ai miei compagni, che erano chissà dove, rassegnandomi malinconicamente a un destino che non conoscevo.
La mattina seguente capii che avevo una padroncina: una bambina alla quale ero stato regalato. Fu contentissima di vedermi e mi abbracciò e mi carezzò tanto. Mi dava baci sul naso e mi portava pezzettini di carote e zuccherini. Veniva ogni giorno alla stessa ora e io cominciai ad aspettare quel momento con ansia e con gioia. Anche lei saliva sulla mia schiena e mi portava nel campo di sabbia a fare le stesse, solite cose, ma era leggera e mi faceva faticare poco. Cercavo di capirla e di renderla contenta. Con il passare del tempo, però, cominciò a diventare sempre più grande e più pesante, mentre io diventavo sempre più piccolo per lei. Non veniva più tutti i giorni e non mi portava più le carote e gli zuccherini e mi carezzava sempre di meno. Poi non venne più e io fui lasciato chiuso nel box per molti giorni, finchè mi presero e mi portarono via e, con tutto quel trambustio che avevo già conosciuto una volta, mi trovai in un altro posto.. Ora avevo un padroncino. Anche lui fu felice quando mi vide e mi accarezzò e mi buttò le braccia al collo e veniva ogni giorno alla stessa ora e mi portava carote e zuccherini e io mi ci affezionai. Naturalmente, anche lui mi saliva sulla schiena e mi faceva fare le solite cose. Mi costringeva, però, a galoppare e a saltare tanto tanto e io mi stancavo molto. Pur di farlo contento accettavo quel sacrificio. Anche lui diventò troppo grande e troppo pesante e anche lui finì per non volermi più bene e alla fine non venne più. Ancora una volta cambiai di posto e di padroncino. Ancora una volta passai dal grande amore all'indifferenza e poi all'abbandono. Una storia che era destinata a ripetersi molte altre volte.
Col passare del tempo i piedi, le gambe e la schiena cominciarono a farmi sempre più male e per me diventava faticoso accontentare il padroncino o la padroncina di turno. Fui portato in un posto dove mi legarono di nuovo con la testa al muro, vicino a tanti altri cavallini come me, vecchi e tristi. Venivano a montarci tanti bambini diversi e in diversi momenti del giorno. Per ore e ore, in fila uno dietro l'altro, eravamo costretti a trottare in giro nel recinto, con i bambini sulla schiena che si tenevano attaccati alle redini, quindi alle nostre bocche, su delle selle vecchie e malandate che ci ferivano la pelle. Una donna brutta e sempre arrabbiata ci usava per fare scuola. Ci dava poco da mangiare per mantenerci deboli e poco vivaci affinchè non facessimo cadere i bambini. Ero sempre stanco e solo la notte sognavo di liberarmi di chi mi stava sulla schiena e di tornare libero in quei prati dove ero nato, che ormai erano un ricordo così lontano che si confondeva con i sogni.
I dolori diventavano sempre più forti e mi muovevo male e a fatica. Un giorno, con altri due compagni di sventura, venimmo portati in un posto dove c'erano tanti cavalli di tutti i tipi, magri e stanchi. Fummo ammassati in un grande spiazzo dove tanti uomini ci giravano intorno, ci guardavano, ci toccavano con le mani dure o con le punte di bastoni e ci facevano spostare con urla e colpi. Era un mercato e quegli uomini erano mercanti di carne. Prima l'uno e poi l'altro vidi portare via i miei compagni. Aspettavo il mio destino con la testa bassa, senza neppure la voglia e la forza di cacciare le mosche che mi tormentavano gli angoli degli occhi, quando si avvicinò un uomo e mi accarezzò sul collo con grande dolcezza. Restai indifferente. Ormai non mi fidavo più, perché avevo imparato che non ci si può affezionare agli uomini che sono arroganti ed egoisti e cambiano i loro sentimenti ogni momento. Quello, però, continuò a carezzarmi e a parlarmi con un suono di voce molto dolce. Poi si allontanò, ma tornò quasi subito e mi portò via.
Questa volta, dopo il solito grande rumore e gli scossoni che precedevano i cambiamenti, mi trovai in un grande prato verde dove c'era una casetta tutta per me. L'uomo mi curò e ora vivo contento in questo posto dove nessuno mi sale sulla schiena e non mi costringono a saltare e galoppo solo se ne ho voglia. PON PON