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| Università di Chiang Mai- Facoltà di Veterinaria, Equine Clinic |
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Carlo Faillace
L'Università di Chiang Mai ha iniziato la sua attività accademica nel 1964 ed è oggi considerata come uno dei migliori istituti di educazione superiore di tutta l'Asia, presso il quale è possibile il conseguimento di Master e di PhD in tutte le discipline. Il complesso universitario si svolge in mezzo al verde su una estenzione di circa 1.500 ettari, dove ampi viali alberati, attraversando prati e boschetti, portano da una facoltà all'altra.
Per ovvi motivi logistici, la facoltà di Veterinaria si trova separata dal corpo centrale. Sin dal 1995, quando ebbero inizio i corsi, vi si svolgono workshops in collaborazione con università straniere, come la Michigan State University- College of Veterinary Medicine o la University of Florida o la Utrecht University in Olanda, per un lavoro comune di ricerca e di preparazione.
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Entrata al complesso della Facoltà di Veterinaria
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Veduta di una parte del complesso della Facoltà di Veterinaria |
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Palazzina degli uffici amministrativi della Facoltà di Veterinaria
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Il corso di laurea in veterinaria, con frequenza obbligatoria, ha una durata di sei anni, durante i quali, oltre a tutti gli aspetti generali di medicina e di patologia e a quanto riguarda la salute pubblica, vengono studiate a turno, individualmente, ciascuna per un periodo di vari mesi, le varie specie di animali: il cavallo, i ruminanti, i piccoli animali, gli animali destinati al consumo umano (come pollame, pesce e suini), gli animali esotici, l'elefante, gli animali selvatici.
Una volta conseguita la laurea, il neo medico-veterinario deve specializzarsi sulla specie animale per la quale intende operare. Particolarmente difficile la specializzazione sull'elefante che richiede preparazione accurata e una buona dose di coraggio perchè pericolosa. Richiede un tirocinio lungo che viene svolto presso le cliniche per elefanti come quella famosa di Lampang.
Il Col. Prof. Dottor Chumnan Trinarong, presiede la Equine Clinic, che è una sua creatura, presso la quale si svolgono tutti i corsi di specializzazione sul cavallo, dall'agopuntura all'odontoiatria equina alla chirurgia alla radiologia all'endoscopia e alla riproduzione. Per formare un medico veterinario specializzato sugli equini ritengo necessari, dopo la laurea, almeno cinque anni di pratica presso la clinica., dice il Professore con un sorriso luminoso che non nasconde tuttavia il suo carattere determinato e pragmatico. Sono molto attento nel fare personalmente la selezione dei vari aspiranti e scelgo solo quelli che ritengo veramente adatti al lavoro sul cavallo.
Gli studenti per diventare dei bravi medici devono essere anche bravi palafrenieri e cavalieri. A loro è affidato il compito di pulizia delle scuderie e di governo dei cavalli, un'operazione che li vede occupati tutte le mattine alle sei. Poi devono insellare e montare a cavallo in ripresa. Per le otto i cavalli devono essere tutti sistemati nei rispettivi box. Subito dopo hanno inizio le lezioni in aula o in sala operatoria ecc. La sera di nuovo pulizia e governo dei cavalli.
Ritengo che debbano conoscere il cavallo in tutti i suoi aspetti. Montando a cavallo si abituano a sentire l'animale, il che è molto importante nella nostra professione.
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La Clinica Equina (The Equine Clinic)
della Facoltà
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Le scuderie della Equine Clinic |
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Le scuderie della Equine Clinic
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Il maneggio
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Nella Equine Clinic si è svolta anche la sperimentazione sul cavallo sferrato.
E' stato un risultato positivo al cento per cento., racconta il Prof. Chumnan, Una sola cavalla ha presentato un piccolo problema, poichè durante la stagione delle pioggie la suola del piede le si ammorbidisce molto e questo le procura una certa sensibilità. Un fastidio facilmente risolvibile, ma che per rigore scientifico dobbiamo annotare. Per il resto credo sufficiente dire che i miei cavalli personali, che vengono montati ogni giorno, lavorano senza ferri. Il cavallo che non è mai stato ferrato difficilmente è affetto da problemi ai piedi. Le patologie che riscontriamo sono, invece, quelle causate dalla ferratura.
Per lo studio del cavallo non ferrato, continua il Professore, oltre al cavallo usato in attività sportive, abbiamo preso in considerazione e osservato le consuetudini degli Hor, una popolazione di etnia cinese che è stanziata ai confini tra la Tailandia e il Myanmar. Gli Hor sono una vera e propria gente di cavalli e hanno una grande cura dei loro animali perchè con essi lavorano e da essi dipende la loro fonte di sopravvivenza che è il trasporto. Sono degli eccellenti uomini di scuderia. Purtroppo sono spesso coinvolti nel contrabbando e nel trasporto dell'oppio che viene fatto con i cavalli, sottoponendoli a un durissimo lavoro su montagne impervie e fitta giungla. Gli Hor non ferrano i cavalli e non lamentano problemi, nonostante il duro lavoro al quale gli animali vengono sottoposti. Anche le condizioni ambientali nelle quali i cavalli lavorano sono dure: si va dal caldo elevato e terreni secchi alla umidità della stagione delle pioggie.
Altri studi interessanti, aggiunge il Prof. Chumnan sono quelli su certe popolazioni degli altopiani tibetani che, durante tutto l'anno, sottopongono i cavalli a una dura preparazione in vista di una corsa annuale su un percorso vario e duro lungo molti chilometri. I cavalli non vengono mai ferrati e hanno dei piedi perfetti. Più o meno la stessa cosa, ma forse con una preparazione ancora più dura, avviene in Giordania dove certi gruppi arabi allenano i loro cavalli in ripetute corse giornaliere in vista del periodo delle grandi corse. Hanno un tipo di cavallo arabo di notevole resistenza. Anche questi cavalli hanno dei piedi perfetti che non necessitano di pareggio, perché il consumo dell'unghia avviene naturalmente con la dura attività che gli animali svolgono giornalmente su terreni sabbiosi.
Il Professor Chumnan insegna personalmente agli aspiranti veterinari per equini il pareggio del piede.
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Il Prof. Chumnan pareggia il piede di una cavalla di 31 anni
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Il Prof Chumnan dimostra agli studenti come viene fatto il pareggio
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Un dettaglio gradevole che dimostra l'amore che si ha per i cavalli nella Equine Clinic sono i cartelli con i quali i pazienti vengono identificati: vi si leggono il nome del cavallo, il genere, l'età, la razza, il carattere (amichevole, giocherellone ecc) e la patologia, oltre a una sua fotografia in alto a destra.
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Il Prof. Chumnan con un gruppo di studenti
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| Analisi |
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Carlo Faillace
Chi ci insegna bene ci arricchisce della propria conoscenza, anche se specificamente limitata, facendoci dono di una parte di sè e contribuendo alla formazione più ampia della nostra personalità e del nostro patrimonio culturale. Ciò vale anche per l'istruttore di equitazione, sempre che sia un Maestro e non un distruttore, per usare una parola cara al Maresciallo Landi.
Il maestro di equitazione è colui che riesce nel fine di formare tra cavallo e cavaliere un insieme armonico e equilibrato. L'insegnamento equestre è essenzialmente pratico, poiché l'equitazione non si impara sui libri e la tradizione vuole che esso sia orale. In ciò sta il difetto principale di questo tipo di istruzione, che non lascia traccia se non nei testimoni. Esiste, peraltro, una notevole letteratura sulla tecnica equestre e sulla sua evoluzione che non deve restare sconosciuta all'appasionato dell'equitazione. Un istruttore, per essere un vero maestro, deve anche possedere e trasmettere questa cultura equestre generale, composta da conoscenze pratiche, teoriche e storiche. Chi ravviva il passato per conoscere il nuovo: ecco un maestro, si legge in Confucio (I Dialoghi, Libro II - Wei Zheng 11).
L'equitazione è stata ed è una scuola di carattere e di riflessione. Ci sono quelli che l'avvicinano guidati da una attrazione disinteressata e sincera che, con un buon maestro, può arrivare fino alla passione. C'è, tuttavia, una grande maggioranza che è mossa da sentimenti molto meno puri: la moda, lo snobismo, turbe psicologiche che spingono taluni a trovare nel dominio sull'animale una soddisfazione che forse è loro negata dalla vita di ogni giorno e, non ultimo nè minore, il recondito desiderio di far parte delle vedettes.
Gli istruttori-commercianti hanno rapidamente capito quali benefici potevano trarre da questi clienti e, dopo averne valutate le possibilità finanziarie, hanno dato loro l'illusione di poter essere esonerati dall'apprendimento di una tecnica che richiede sacrificio, tempo e dedizione. La disciplina equestre si è così mutata in mero agonismo: attività agonistica achetè, che finisce per dar luogo a quello spettacolo triste e sconcertante che si vede fin troppo spesso nei concorsi ippici di salto ostacoli.
L'equitazione dovrebbe essere uno spettacolo armonioso. Il fattore competitivo dovrebbe essere mantenuto in un giusto equilibrio senza eccessi, in attesa che una civiltà più evoluta l'abolisca del tutto, poichè vi è coinvolto, suo malgrado, un animale al quale tale competizione non interessa affatto.
Dove c'è competizione gli uomini oltrepassano tutti i limiti dell'assennatezza e della pietà, ha scritto Robert Mauvy. Alle varie Tisifone, Aletto e Megera, inoltre, le quali hanno il delicato compito di istruire i bambini che frequentano i Pony Club, vanno ricordate le parole del colonnello Guy Cubitt, fondatore del Pony Club: Tutta questa competizione alla quale i ragazzi oggi si dedicano è la miglior cosa al mondo per insegnare loro l'egoismo, le cattive maniere e una povera equitazione.
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| Cavallo a guardia di un piccolo antico tempio buddista. |
Paradossalmente, in questo mondo che gli ruota intorno e che dovrebbe essere mosso dall'amore per lui, la vittima è proprio il cavallo, sacrificato sull'altare della vanità, dell'interesse, dell'ipocrisia e dell'egoismo. Viene sottratto alle influenze esterne, che potrebbero stimolarne l'intelligenza, e tenuto prigioniero del lavoro abitudinario, coercitivo e non variato di una specializzazione ad oltranza, costretto a contemplare le quattro pareti del suo box per 23 ore su 24 da chi crede di poter fuggire dalle proprie ansie attraverso un patologico affetto per gli animali e ha confuso l'amore per questi e per la natura con la tirannia, dimenticando, per i suoi fini utilitaristici, che per un animale, come per l'uomo, non vi è niente di più prezioso della libertà.
Tutti coloro che vivono intorno al mondo del cavallo dovrebbero meditare sulle parole del premio Nobel Konrad Lorenz , padre della moderna etologia:
Più discutibile dei rapporti tra l'uomo e gli animali che consuma... è il suo attegiamento verso quelli che adopera per altri scopi. Il destino del cavallo è troppo pietoso per soffermarcisi: é uno degli aspetti meno piacevoli dell'associazione tra l'uomo e gli animali domestici.
E', invece, necessario soffermarsi sul destino del cavallo. La cultura equestre, sia nel suo aspetto pratico sia in quello teorico deve servire non come stimolo alla popolarità e a vuote approvazioni raggiunte attraverso il risultato agonistico, ma come cammino da percorrere per conseguire una cosapevolezza che sensibilizzi e illumini l'opinione pubblica troppo spesso paralizzata dalla cecità dell'ignoranza. Una conoscenza che deve essere messa al servizio del cavallo, conoscendone bene i comportamenti, sapendo ciò che desidera come ciò che a lui piace o non piace.
Montare bene a cavallo significa montarlo senza infastidirlo, senza creargli sofferenza alcuna e avendo con lui un rapporto di amicizia, non di schiavitù., rispettandolo e non abusandone. Per montare bene, però, si richiede l'apprendimento di una tecnica che si acquista solo attraverso una lunga disciplina sotto la guida di una istruzione veramente qualificata e valida. Oggi si prendono fin troppe scorciatoie e la molta improvvisazione dà luogo a quegli spettacoli indecenti che si vedono nelle fiere e nelle mostre, nonchè nelle varie ginkane paesane, dove una monta fai da te altro non è che una tortura per il cavallo.
Anche chi si proclama amante del cavallo e, probabilmente in buona fede, lo è, deve tenere presente che il cavallo lo si ama non solo da terra, ma anche quando lo si monta. Una monta scorretta, senza equilibrio e priva della conoscenza dei punti sensibili del cavallo, con un uso scorretto delle redini e quindi dell'imboccatura e un assetto che grava sulle reni, finisce per essere poco rispettosa del cavallo e nociva: è, infatti, causa di lesioni e di patologie. In tal caso anche chi si dice amante del cavallo diventa un aguzzino. E' quindi necessario saper montare bene, rispettando il nosro compagno e non abusandone. E non c'è dubbio che, a tal fine, la monta migliore è quella della equitazione naturale, che già fu dottrina italiana con l'adozione del sistema Caprilli.
Resta, peraltro, indubbio che lo spettacolo più bello è quello offerto da un cavallo che corre e gioca libero in una distesa verde. E si prova una indescrivibile sensazione di gioia se ci è permesso di partecipare al gioco; ma questo è un piacere riservato a pochi.
E' profondo, invece, il disgusto che suscitano, in chi sente sinceramente il rispetto per gli animali, certe gare che costringono i cavalli a saltare grossi ostacoli. Non ci sono parole dure a sufficienza per condannare il grado di imbecillità umana che si manifesta in quelle categorie di Salto Ostacoli dette di potenza dove la spettacolarità viene ricercata nel far loro saltare, alla fine di una serie di manches eliminatorie di crescente altezza, un muro di oltre due metri, davanti a un pubblico che applaude per superficialità e per incapacità di valutare ragionevolmente una esibizione che dovrebbe suscitare sdegno nei confronti di chi la esegue e di chi la permette.
Il cavallo è vittima di una passione e di un amore ambigui ed ipocriti che non ne fanno estinguere la specie, anzi la incrementano per farne un mezzo di lucro e di divertimento. Il rapporto che si sviluppa tra l'uomo e il cavallo è generato dal profitto nelle sue varie accezioni ed è tenuto in essere solo per utilità. Nel momento in cui questa cessa, dopo le più o meno violente sperimentazioni che precedono la rinuncia, l'animale viene abbandonato a un destino che solo nel suo aspetto più fortunato comporta la morte per abbattimento. Ne è esempio la sorte del purosangue, sia per la vita logorante alla quale è sottoposto in pista se è un elemento positivo sia per ciò che lo aspetta nel caso contrario.
Se è destino dell'uomo quello di evolversi per sfuggire al proprio stato di sofferenza, in una condizione di più profonda riflessione, percorrendo il cammino che porta e non creare sofferenza ad alcun essere vivente, è certo che gli interessi che ruotano attorno al cavallo cadrebbero. Ne diminuirebbe certamente il numero della specie, ma forse, tutto sommato, questo sarebbe il danno minore.
C.F.
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| Destino di cavallo |
di Carlo Faillace
Un articolo apparso sul Corriere della Sera il 3 ottobre 2006 ha suscitato un certo rumore, perché trattava un argomento di facile emotività: la sorte di cavalli da corsa che vengono macellati in Inghilterra per poi finire sulle tavole francesi. L'articolo conteneva un certo numero di inesattezze che forse intendevano creare una maggiore impressione sul lettore estraneo al mondo del cavallo o forse sono state scritte per colpa di una conoscenza relativa dell'ambiente equestre. Il che prova, come se ce ne fosse ancora bisogno, che chi tratta dell'ambiente dell'ippica e dell'equitazione in genere deve avere una preparazione e una conoscenza specifica solide, altrimenti è meglio astenersi dal toccare argomenti che riguardano un ambiente specialistico. Le inesattezze, infatti, hanno prodotto la risentita reazione della stampa specializzata. Un bell'articolo di Marco Pizzardelli (Lo Sportsman del 4 ottobre) ha messo in evidenza gli errori dell'articolo del Corriere della Sera e ha sottolineato come spesso si approfitta di argomenti che muovono la sensibilità dei lettori per creare attenzione. Più o meno lo stesso tema è stato svolto alcuni giorni dopo da un articolo di Maria Acqua Simi apparso su Libero. Entrambi lasciano intendere, inoltre, che se alcune informazioni non sono veritiere, il carattere di non attendibilità è da estendersi a tutto l'articolo del Corriere.
A prescindere dalle inesattezze, il senso più ampio dell'articolo del Corriere della Sera, cioè il destino del cavallo sportivo, non può meravigliare nessuno di coloro che operano e vivono nel mondo del cavallo. Allevatori, allenatori, fantini, cavalieri, veterinari, insomma tutti coloro che fanno parte attiva del mondo dell'ippica e dell'equitazione, non possono fare le vispe terese e sorprendersi della fine che tocca alla stragrande maggioranza dei cavalli, dato che la conosciamo tutti benissimo.
La macellazione del cavallo è una sorte assicurata fino a quando il cavallo avrà un valore commerciale come animale da carne sia per il consumo umano che quello animale ( per esempio: finire nelle scatolette per cani).
Nel mio libro La Passione del Cavallo, pubblicato già da qualche anno, ho riportato cifre e percentuali. Basti ora sapere, a titolo indicativo, che dei quarantamila purosangue inglese che nascono ogni anno negli Stati Uniti, solo l'uno per cento vivrà un ciclo vitale completo di 18-24 anni.
I proprietari di cavalli mettono ipocritamente a tacere la propria coscienza vendendo ai commercianti. il cavallo divenuto inservibile per il loro interesse. In questo modo si lavano le mani sulla sorte dell'animale, perché ufficialmente lo hanno venduto da vita.
Il cavallo che non può più correre verrà utilizzato per le passeggiate e per l'ippoterapia. Così affermano mettendosi l'animo in pace.
A me, però, piacerebbe che qualcuno spiegasse quanto facilmente un purosangue tolto dall'ippodromo a tre o quattro o cinque anni possa essere adoperato per le passeggiate. E sarei ancora più curioso di sapere come verrebbe utilizzato nell'ippoterapia. Questa storiella può andare bene per chi non sa nulla di cavalli, ma per chi fa parte del gioco è alquanto irrealistica. Il purosangue infatti è l'equivalente di una Ferrari o, se scadente, comunque di una macchina da gran turismo, quindi molto scattante e sensibile, oltre ad essere un animale di non facile gestione dato lo stress al quale è stato sottoposto nella sua vita agonistica. In mano a chi è poco esperto, come chi affitta il cavallo per una passeggiata, costituirebbe un pericolo. Non parliamo, poi, se usato nell'ippoterapia; cosa impossibile con un purosangue normalmente nutrito e in forze
. A meno che non lo si droghi per mantenerlo in uno stato di totale tranquillità o, meglio, di ebetismo.
L'idea che un cavallo sportivo non più adatto alla vita agonistica sia destinato a una bella vecchiaia utilizzato per le passeggiate è una favola che va sfatata. A parte, infatti, i rari casi nei quali capita in mano a un singolo proprietario che lo tiene in campagna e di tanto in tanto lo monta in passeggiata avendone cura e rispetto, in realtà finisce in mano agli affitta-cavalli. La sua vita diventa una tortura continua perchè mal montato dagli inesperti cavalieri domenicali, i quali, privi di equilibrio, si attaccano alle redini martorizzandolo in bocca e cadendogli sulle reni, causandogli sofferenza nei suoi due punti più sensibili. Gli vengono messi, inoltre, finimenti che lo fiaccano ed è mal nutrito per essere mantenuto debole onde evitare qualche sghiribizzo pericoloso. Una sorte triste, piena di sofferenza, che può durare poco o molto a seconda, anche in questo campo, della utilità che il cavallo rappresenta per chi ci investe sopra e che comunque ha come destino ultimo l'abbattimento. Una lunga strada di dolore per poi finire al macello.
Ci sono inoltre tutti quei poveri cavalli che finiscono nel mondo delle corse clandestine o quelle sull'asfalto, sottoposti a maltrattamenti e droghe, prima di arrivare ugualmente alla macellazione. Ma allora, non è meglio che si ponga subito fine alla sua vita? Non è meglio regalargli una morte rapida e imprevista? Non è dalla morte che dobbiamo salvare i cavalli, ma dalla sofferenza, specialmente se è lunga e, dal suo punto di vista, inutile.
Neppure si venga a dire che le femmine hanno in sorte un destino migliore perché vanno a fare le mamme. Destinate a fare le fattrici sono, in genere, le femmine qualificate alle quali toccano contributi per le spese dello stallone e così via. E poi, quando vengono ritenute vecchie e inutilizzabili anche per il compito della riproduzione, seguono lo stesso destino degli altri. Va detto, inoltre, poiché è di sofferenza che stiamo parlando, che la vita della fattrice consiste in una catena di drammi. Il puledro, infatti, viene tolto alla madre tra i sei e gli otto mesi e tale separazione è un trauma per entrambi, perché il cavallo è un animale che stabilisce forti affetti con i suoi simili e il legame tra madri e figli è molto profondo e, se non interrotto, dura anche tutta una vita.
A questo punto sorgono due tipi di considerazioni: uno di carattere etico e uno di carattere pragmatico.
Quelle del primo tipo, anche se scaturiscono dalla più realistica riflessione su noi stessi, su chi veramente siamo, su dove andiamo, su come costruiamo il nostro dover vivere, sulle responsabilità e sugli effetti delle nostre azioni, sembrano, anche se a torto, dover essere relegate nella sfera idealistica o filosofica. Sotto l'aspetto puramente etico, peraltro, tutte le nostre azioni di sfruttamento del cavallo sono condannabili perché creano sofferenza ad un essere vivente. Il nostro creare sofferenza ci rende a sua volta soggetti passivi di sofferenza, perché costringendoci a raccogliere il frutto negativo delle nostre azioni negative, ci incatena a una serie di esistenze che durerà fino a quando con sole azioni positive ci libereremo dalla sofferenza e dalla catena delle vite. Ma questa, appunto, è filosofia., anche se esprime una realtà profonda.
Le considerazioni cosiddette pragmatiche si riferiscono alla realtà sul campo più immediata, molto meschina e sottoposta a una logica di interesse. Il cavallo viene allevato per ricavarne un utile. Se non rende o perchè è un brocco o perché si è lesionato o perché raggiunge un'età che non permette più di sfruttarlo, deve dare il suo ultimo rendimento andando al macello. Il cavallo da corsa è un investimento e se non rende è solo un affare andato male del quale bisogna liberarsi per evitare ulteriori costi.
Mantenere un cavallo costa. Mantenere un cavallo pensionato diventa una spesa considerata inutile. Sono necessari spazi e personale, immobilizzando capitali che non rendono. Il cavallo spremuto e sfruttato ha bisogno di cure: i medicinali e i veterinari costano. Portarlo in clinica se deve essere sottoposto a un intervento chirurgico per una colica costa migliaia di euro. La morte del cavallo costa: tra intervento veterinario, trasporto all'inceneritore, cremazione ecc. non se ne viene fuori con meno di 500/600 euro. Non è più semplice mandarlo alla macellazione ricavandone un utile? Ecco la logica del destino del cavallo.
In essa rientra il dramma dei cavalli sportivi svedesi che, come documentò a suo tempo l'inchiesta di Aftonbladet, il quotidiano più importante della penisola scandinava, divenuti ormai inservibili, per evitare il costo di lasciarli morire in patria, venivano venduti a commercianti che, attraversando Danimarca e Germania, li trasportavano in Polonia dove li acquistavano commercianti italiani che li portavano in Italia destinati alla macellazione.
Nella stessa logica rientra il destino del pony, dapprima amato dal bambino al quale viene regalato, per poi essere dimenticato e scartato quando non è più adatto al padroncino cresciuto. Si vedano le colonne di annunci che ogni settimana appaiono sulla rivista Horse and Hound., dove i ponies vengono venduti perché il bambino è outgrown, è diventato troppo grande. Così il pony è venduto e rivenduto fino a terminare i suoi giorni stanco e sofferente in qualche scuola o pseudo scuola di equitazione prima di essere portato al macello. E' la storia di Pon Pon, che ho scritto per i bambini, ma utile anche agli adulti, per sensibilizzarli sulla sorte della grande maggioranza di questi compagni dell'uomo.
Naturalmente ci
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Music Sea, purosangue inglese nato in Irlanda e costato una fortuna, ma brocco e quindi non ha dato risultati in corsa.
Il prof. Faillace lo ha prelevato dall'ippodromo prima che andasse a finire male e ora vive felice con gli altri cavalli recuperati dal Professore avendo a disposizione 40 ettari di libertà.
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sono anche coloro che rispettano il cavallo e che ne hanno responsabilmente cura per l'intero arco della sua vita, ma rappresentano casi sporadici e sono l'eccezione che conferma la regola.
La soluzione a questo triste problema potrebbe essere quella di devolvere una percentuale degli incassi delle scommesse al mantenimento dei cavalli pensionati. Si dovrebbe permettere a questi animali di vivere in ampi spazi, senza essere più sfruttati e sotto le cure di esperti e di competenti, magari approfittando di strutture e personale militare, evitando le organizzazioni più o meno alla ricerca di un altro modo di fare soldi.
Si può prendere esempio da quello che fa il Comune di Siena che a Radicandoli mantiene in pensione per tutto il tempo che resta loro da vivere i cavalli che hanno corso il Palio di Siena. A livello nazionale, però, il problema non è di facile soluzione perché i numeri sono rilevanti. Solo quest'anno, infatti, (2006) i purosangue inglese nati in Italia, se non ricordo male, sono 1400 e in questa cifra si rispecchia più o meno la media annua. A questi vanno aggiunti i cavalli trottatori e i cavalli da sella di vario genere. Ma se su 1400 non dico l'uno per cento, ma, esagerando, supponiamo che addirittura il dieci per cento restasse in carriera, è facile rendersi conto del numero dei cavalli che ogni anno dovrebbero essere sistemati o pensionati. Facendo qualche semplice moltiplicazione ci si può rendere conto dell'entità del problema e della sua non facile soluzione.
C.F.
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| Uccidere |
di Carlo Faillace
Avevo appena finito di mettere le ultime cose nella piccola valigia che porto in Tailandia, quando alla televisione, rimasta ancora accesa, ho sentito annunciare l'apertura della mattanza di caprioli anche nella zona dove vivo. Un politicante, con parole che mal celavano ipocrisia e opportunismo politico, sosteneva, arrampicandosi sugli specchi, le ragioni del provvedimento. Ciò che più mi ha colpito, peraltro, è stato il sentire le parole che vengono usate per mascherare una attività eticamente non giustificabile, le quali, se non fosse per la tragedia che vogliono nascondere, cadrebbero decisamente nel comico. Ho sentito dire che le associazioni venatorie ora si chiamano associazioni di protezione ambientale e naturale o qualcosa del genere, mentre il mascheramento maggiore è quello del verbo uccidere che viene sostituito con la parola prelievo. Così ho scoperto che ci sono dei signori che non vanno a uccidere, ma a fare dei prelievi.
Mi sono subito chiesto: A chi viene proposto di fare i prelievi? Certamente non a coloro che la pensano come me, perché questo prelevare è contrario ai nostri principi etici. No., avremmo risposto declinando l'offerta, Non siamo dei boia. E' chiaro, quindi, che la proposta di prelevare viene fatta a chi desidera prelevare. E pare che gli aspiranti siano addirittura in lista di attesa. Ma chi sono costoro? Indubbiamente esseri umani che hanno il gusto di uccidere: una considerazione, questa, inconfutabile.
Uccidere per gusto, però, è una aberrazione della natura. Il predatore non uccide per divertimento: l'attività che lo porta a farlo non lo diverte affatto. Uccide per la necessità di vivere: uccidere rappresenta per lui una fatica, la maggiore di quelle che costituiscono la sua fatica di vivere.
Per la legge naturale il gusto di uccidere è una anomalia, una deviazione che porta fuori da quel Regolamento che è ferreo anche nei suoi aspetti violenti.. Il gusto di uccidere, ove si verificasse, apparterrebbe solo all'essere che è fuori dall'equilibrio naturale a causa della sua deviazione mentale.
E l'etica umana che cosa dice?
Il quinto comandamento giudaico-cristiano dice: Non uccidere. Proprio così: tout court Non Uccidere. Il che significa, senza ombra di dubbio, che l'atto di togliere una vita, quale che essa sia, è una violazione del Comandamento, una violazione della Legge Divina, quindi una violazione della volontà di Dio. Il credente sa quale pena aspetta chi viola la volontà divina.
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Campagna Tailandese
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Più ampio e profondo il precetto buddista dice: Non causare sofferenza a nessun essere vivente.
La sofferenza maggiore che si possa causare a un essere vivente è quella di togliergli la vita, perché tutti gli esseri, anche i più piccoli e apparentemente insignificanti vogliono vivere e hanno diritto alla vita come ciascuno di noi. Ma il precetto non è confinato al non uccidere: rispetto al Comandamento biblico ha un significato ancora più profondo. Dice, infatti, che non bisogna causare sofferenza. E si può creare sofferenza anche senza uccidere. Si può, ad esempio, torturare un essere vivente senza giungere a togliergli la vita.
Determinati a non causare sofferenza a nessun essere umano o altra creatura vivente formiamo in noi stessi uno stato mentale sano fondato su bontà e compassione verso tutti gli esseri viventi e sul rispetto per il loro diritto a vivere senza sofferenza. Se riuscissimo a comprendere che tutte le creature soffrono come noi, non sentiremmo alcun desiderio di far loro del male o di ucciderle.
In conclusione: non abbiamo alcun diritto di uccidere.
Per il Buddismo la caccia intesa come divertimento o cosiddetto sport costituisce una azione (kamma o karma) altamente negativa. Per la legge di Causa ed Effetto tale azione negativa produrrà un effetto negativo che prima o poi si riverserà inevitabilmente sul suo autore.
Leonardo disse che sarebbe venuto un giorno nel quale uccidere un animale sarebbe stato considerato un delitto, come uccidere un uomo.
Evidentemente si riferiva alla civiltà occidentale. Per la civiltà Buddista era considerato un delitto come quello di uccidere un uomo già da duemila anni. Ma anche il Comandamento biblico dice di non uccidere e non specifica se si può uccidere qualche essere vivente. Il non uccidere deve essere riferito a tutti gli esseri viventi. Ne consegue che da qualche migliaia di anni l'uccidere è un delitto, sia che si tratti di animali che di umani.
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Boschi e campagna nell'appennino
umbro-marchigiano
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Quando sono in Italia amo passeggiare nei boschi che circondano la mia casa nel cuore dell'Appennino Umbro- Marchigiano. Con l'apertura della caccia le mie passeggiate a piedi o a cavallo hanno fine, perché il rischio di prendere una fucilata è molto alto e altrettanto alte sono le possibilità che uno sparo impaurisca il cavallo determinando un incidente grave. Nella stagione venatoria appena aperta già si contano, infatti , 4 morti e 15 feriti. Non si può passeggiare con animo sereno e godendo della natura col pensiero dei rischi che si corrono. E mi sembra che questa sia una privazione della mia libertà.
Nel mio vagabondare per i boschi, durante la stagione nella quale la caccia è chiusa, mi capita assai di rado di incontrare o di sentire qualche capriolo. Anni fa capitava più spesso. Tra prelievi e bracconaggio i numeri sono stati ridotti di molto. Mi sfugge, quindi, il senso del prelievo autorizzato.
Fortunatamente trascorro buona parte del mio tempo in Tailandia, dove il rispetto per gli esseri viventi è molto alto. La caccia è proibita e quindi è una attività illegale. Il bracconaggio eventuale è punito severamente.
La Tailandia è un Paese con una intensa attività agricola. Circondate da fitti boschi si estendono coltivazioni di frutta, aranceti e ampie risaie. I caprioli (the barking deer) abbondano. Strano che non si senta parlare della necessità di prelievi motivati dai danni causati dagli animali.
Nella mia azienda agricola nell'Appennino non lamento danni causati dai caprioli. Gli unici danni causati da elementi esterni sono quelli fatti dai cacciatori. A parte i cinque cani avvelenati e in due aperture di caccia due cavalli feriti, nonostante la proprietà sia dichiarata fondo chiuso, con notifica alla Regione e alla Provincia, sia tutta recintata da quattro fili spinati ad altezza di 1,30 come prescritto e tabellata regolarmente, i cacciatori entrano ugualmente in spregio dei divieti e dei regolamenti, tagliando i fili della recinzione, creando per me uno stato di ansia continuo soprattutto per il grave rischio che i cavalli al pascolo escano da quei varchi e vadano a causare fuori della mia proprietà danni dei quali io sarei poi tenuto a rispondere.
Mi chiedo dove siano le istituzioni che dovrebbero proteggere i miei diritti e la mia libertà. Mi chiedo se non sia il caso che i Carabinieri si decidano a fare dei prelievi, nel significato vero della parola, sequestrando armi e assicurando alla Giustizia chi costantemente viola le norme armato. Ho la vaga impressione che nessuno difenda noi poveri cittadini che siamo dediti alla solitaria attività agricola, perché nessuna lobby o grandi interessi sono alle nostre spalle. Ma sono certo di dare voce a un gran numero di persone che si trovano nella mia identica posizione, tutti ugualmente vittime della caccia e di chi ha il gusto di prelevare.
E' sorprendente e molto spesso irritante sentire con quanta ignoranza e arroganza certi Paesi vengono definiti come repubbliche delle banane, con toni di superiorità. E' altrettanto sorprendente con quanta ignoranza e arroganza si cerca la pagliuzza nell'occhio altrui accecati dal trave che si porta nell'occhio proprio.
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| La mia Tailandia |
(se almeno sapessimo imitare, senza arroganza)
di Carlo Faillace
I cavallini di Lampang
Si, sono sempre loro, gli eccezionali cavallini Thai che, in uno degli ultimi paradisi, svolgono la funzione di mezzi di trasporto entro i limiti della città, trainando carrozzelle variopinte.
Lampang è una cittadina che conta oltre mille anni di
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| Le carrozzelle allineate in attesa dei passeggeri |
storia ed è piena di reperti archeologici di civiltà antiche. Si trova nella vallata del fiume Wang, circondata da catene montuose, ed è la sola cittadina tailandese che ancora adopera come mezzo di trasporto le pittoresche carrozzelle.
In tutto, i cavallini adibiti a questo servizio sono 130 e la loro attività è regolamentata da una associazione. Li si trova sparsi per la città, divisi in gruppi di sette- otto e parcheggiati allombra di viali alberati.. Il turno di lavoro di ogni cavallino è di quattro ore e la giornata lavorativa si svolge in due turni: il primo dalle 8 alle 12 e il secondo dalla 14 alle 18. Il cavallino che ha lavorato nel turno antimeridiano allo scadere delle quattro ore viene riportato in scuderia per essere poi sostituito da un suo compagno nel turno pomeridiano. Lo stato fisico, il pelo lucidissimo e la dolcezza di carattere dei cavallini, che dimostrano una piena fiducia nelluomo, sono la prova dello stato di benessere nel quale vivono questi animali, amati e rispettati dai loro padroni.
Fissato sopra il bilancino e steso sotto la pedana del cocchiere, un sacco raccoglie le fiande, mantenendo così pulite le strade della città. Gli attacchi, cioè le carrozzelle, sono prodotti artigianali, costruiti dagli stessi proprietari dei cavallini, non paragonabili alle nostre carrozze di tradizione, ma molto comode, pittoresche e piene di fiori. Anche i finimenti sono delle soluzioni artigianali adattate alle circostanze che nulla hanno a che vedere con le nostre costose bardature. Ma limportante è che siano efficienti e pratiche.
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| Una carrozzella in attesa dei passeggeri |
Una carrozzella in attesa dei passeggeri |
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| In carrozzella per le strade di Lampang |
I cavallini lasciano il luogo di sosta alla fine del turno di lavoro |
I cavallini possono lavorare fino al raggiungimento del ventesimo anno. A quelletà vengono pensionati e mandati a vivere in libertà per il resto della loro vita. Mi spiega e racconta tutto questo un vetturino come se fosse la cosa più normale e naturale del mondo. Evidentemente non ha mai visto né conosce le condizioni nelle quali lavorano i cavalli delle botticelle nella civile Roma e il loro destino finale.
Dopo avermi fatto fare il giro della città
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| Qui si vede bene il sacco raccogli-fiande |
in carrozzella, allo scadere del primo turno, mi porta a casa sua per farmi vedere come vivono i suoi cavallini.
Un grande capanno è diviso al suo interno in paddocks in ciascuno dei quali sta un cavallino. La loro dieta consiste in una specie di erba dallo stelo largo e in farina di riso. Lintero capanno è coperto da una rete fina che protegge gli animali dagli insetti. Mi presenta i suoi cavallini senza orgoglio arrogante, ma con la dolcezza di chi veramente li ama e li considera parte della famiglia, compagni di lavoro, non merce vendibile.
Anche se qui il tema principale sono i cavalli, non si può parlare di Lampang senza ricordare il grande centro per gli elefanti e il più grande ospedale per elefanti al mondo che si trova quasi alle porte della cittadina. Una struttura molto vasta, immersa nel verde tropicale, dove veterinari veramente in gamba, e proprio per questo semplici e umili, sono dediti al non facile e pericoloso compito di curare questi enormi bestioni, intelligenti, ma che obbediscono solo al loro mahout.
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| L'ingresso dell'ospedale degli elefanti |
Un elefante sessantenne in attesa di medicazioni e doccia |
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| In sala medicazioni |
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Circoli ippici
Sono tanti e per lo più belli. Forse è ingiusto non nominare tutti quelli che lo meritano, ma in realtà il nostro compito è altro. Dovendone scegliere uno a titolo rappresentativo, con caratteristiche particolari, sembra opportuno parlare del Horseshoe Point, dove si pratica lequitazione classica con degli splendidi Lusitani importati dal Portogallo.
Il centro ippico si svolge su più di millecinquecento ettari e offre tutto ciò che può soddisfare le necessità degli amanti degli sport equestri: da maneggio coperto a campo ostacoli, dai percorsi di campagna ai sentieri per il trecking o alle semplici passeggiate a cavallo tra boschi e laghi.
Un complesso di 135 camere e di 6 case e appartamenti, muniti di ogni confort, permette agli appassionati di trascorrere lunghi periodi sul posto, godendo di questo vero paradiso dedicandosi non solo alla disciplina equestre preferita, ma anche a diverse altre attività sportive e ricreative dal tennis alla vela.
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| Chaikiri Srifuengfung |
Caratteristica per noi veramente importante è che, in armonia con la cultura del Paese, il posto è permeato dallamore per il cavallo sia da parte dei proprietari e gestori del circolo che dai dipendenti e dai cavalieri.
Proprietario, ideatore e creatore del centro è Chaikiri Srifuengfung, che ha trasmesso a tutta la sua famiglia la passione per lequitazione classica ed è lui stesso addestratore e istruttore di altissimo livello, che segue i dettami di Nuno Oliveira.
Al pari della Scuola di Vienna, vengono organizzate esibizioni di equitazione classica, sia al coperto che allaperto, dove i movimenti dei cavalli sono accompagnati dalla musica .
Dimostrazione di pareggio del piede sferrato alla facoltà di Veterinaria dellUniversità di Chiang Mai.
La facoltà di Veterinaria dellUniversità di Chiang Mai, come ho già avuto modo di scrivere in un mio precedente articolo sulla Tailandia, ha un settore cavalli, dove i veterinari, dopo aver conseguito la laurea, frequentano per un anno un corso di specializzazione sul cavallo per essere abilitati a operare sugli equini. Il corso, diretto dal Prof. Dott. Chumnan Trinarong, comporta un impegno giornaliero che prevede non solo le lezioni in aula, ma un contatto diretto con il cavallo. Gli studenti, infatti, oltre a seguire durante la giornata i corsi accademici, devono accudire alle scuderie e alla pulizia dei cavalli e devono montare due volte al giorno, la mattina e la sera. In Tailandia non si corre il pericolo di dover mettere il cavallo in mano a un veterinario che non sa come si fa una endovenosa e che impara a spese nostre.
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| Il Prof. Faillace con il Dott. Chumnan e il suo lipizzano |
Il Prof. Faillace esegue la dimostrazione pratica del pareggio del piede non ferrato |
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| Il Prof Faillace esegue il pareggio sotto l'occhio vigile del Dott. Chumnan |
Un particolare del pareggio |
Grande interesse ha suscitato largomento del cavallo sferrato.
Dopo la conferenza in aula con le proiezioni iconografiche si è passati alla dimostrazione del pareggio del piede sferrato e il Dottor Chumnan ha voluto che venisse fatta sul suo cavallo personale, un bel Lipizzano , nato in Tailandia, con il quale si diletta a praticare il dressage. Per loccasione ha voluto essere presente, interessatissimo alla conferenza e alla dimostrazione, il Col. Veterinario Comandante dei servizi veterinari per equini dellEsercito.
Lapertura mentale sembra essere a migliaia di miglia lontano da noi. E fosse solo quella.
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| Il Prof. Dott. Chumnan Trinarong accanto al suo bel lipizzano e alcuni studenti nella scuderia della facoltà di veterinaria dell'università di Chaing Mai |
Il lipizzano del Prof. Dott. Chumnan Trinarong |
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| Trionfi senza ferri |
di Carlo Faillace
Quando, più di quarantanni fa mi resi conto che il ferro inchiodato al piede del cavallo altro non era se non una tortura inutile e sferrai i miei cavalli, non potei immaginare che durante larco della mia vita avrei visto crollare un pregiudizio così profondamente radicato come quello della ferratura. Le usanze prive di fondamento scientifico, ma saldamente fissate nelle consuetudini prese per scontate e accettate senza metterle in questione, sia per ignoranza che per pigrizia e perché sostenute da interessi economici, non cadono improvvisamente, ma sono dure a morire. Giustamente dice, infatti, Schopenhauer:
Quando si cerca di far progredire la conoscenza e lintelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle a ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani.
Oggi, quelle che anni fa erano delle intuizioni, anche se frutto di ragionamenti e deduzioni logici, trovano supporto e conferma grazie allevoluzione scientifica e alle prove che Scienza e Tecnica forniscono. Le resistenze, quindi, restano sempre più proporzionali al livello culturale: tanto più forti quanto maggiore è il grado di ignoranza.
Grazie a internet è possibile visitare un sempre crescente numero di siti che trattano del cavallo sferrato, raccontano le esperienze vissute e forniscono grande quantità di materiale iconografico, cioè un gran numero di immagini visive, che mostra la struttura del piede del cavallo, la circolazione del sangue al suo interno, le patologie causate dal ferro e la differenza dello stato di salute tra il piede ferrato e quello non ferrato.
Così sul web scoprii di essere in compagnia di molti dal Canada e gli Stati Uniti allAustralia e la Nuova Zelanda, dal Sud Africa alla Germania, tutti convinti della stessa verità e tutti proprietari di cavalli rigorosamente tenuti senza ferri. Non tardai a mettermi in contatto con i maggiori sostenitori del cavallo scalzo e ben presto mi resi conto di quanto questa pratica fosse progredita nei paesi più avanzati, dove già venivano organizzati corsi per specialisti per il pareggio del piede sferrato, mentre io potevo solo fornire, come contributo all ampliamento della conoscenza generale, la mia solitaria esperienza di svariati decenni. Agli inizi del 2001 The Horses Hoof (The International Hoof Journal) pubblicò un articolo su di me, considerandomi un pioniere in Italia.
Ora mi arrivano lettere dalla Cina (Taiwan) e persino dalla Spagna, che ritenevo sarebbe stato uno dei paesi più difficili da convincere, di allevatori e proprietari che giurano di non inchiodare mai più il ferro al piede del cavallo, convinti da esperienze positive, cioè da fatti e non da chiacchiere.
Anche in Italia cresce rapidamente il numero dei sostenitori del cavallo sferrato e si tengono corsi sul pareggio del piede scalzo. Non avrei certo potuto immaginare, tanti anni fa, che si sarebbe giunti addirittura a organizzare un convegno sul cavallo sferrato come quello che si è tenuto a Bologna lo scorso mese di gennaio. E questo non può fare altro che piacere. Non tanto per la soddisfazione che ottiene la determinazione e la perseveranza di anni, ma soprattutto per il bene che ne ottengono i cavalli e per il poter assistere allinizio della fine di una pratica inutile e dannosa, che in un futuro ormai non lontano verrà definitivamente abolita per essere considerata solo come una forma di maltrattamento.
Per rendersi conto di come il cavallo possa essere adoperato senza ferri in tutte le discipline e attività equestri è sufficiente fare un giro per i diversi siti americani che sono elencati tra i nostri links. Dal Dressage al Salto Ostacoli dagli Attacchi allEndurance, al Trail riding e al Trekking i cavalli scalzi vengono usati in numero sempre crescente e con successo. A noi, qui, basta ricordare Jag de Bellouet, lotto anni figlio di Vikings Way e di Vaunoise, vincitore del Grand Prix dAmerique svoltosi a Parigi il mese scorso, vinto correndo scalzo.
Venendo a cose italiane, cito qui di seguito alcuni passi dellarticolo di Enrico Perez, direttore della rivista PEGASO, sui successi del Centro Ippico Happy Stable di Terrasini, nei pressi di Palermo:
Ancora unaltra vittoria
Palermo 10/10/2005 - LHappy Stable ha inanellato ieri, domenica 9 ottobre 2005, un ennesimo successo in uno dei concorsi più prestigiosi dellItalia meridionale, il 47° Csi*** del Parco della Favorita di Palermo. Il cavaliere ed istruttore del centro di Terrasini in provincia di Palermo Domenico Tripoli, in sella al cavallo italiano Causto, ha ottenuto due ottimi risultati nella categoria internazionale dello small tour dallaltezza di m. 1,30. Tripoli si è aggiudicato il secondo posto del sabato, dietro a Valentina Salerno, mentre ha fatto risuonare nella splendida struttura viale Diana con alle spalle il Montepellegrino lInno di Mameli nella giornata conclusiva del concorso, la domenica. Il cavaliere, che monta per i colori dellHappy Stable, associazione da sempre sostenitrice di metodi non coercitivi, che vadano verso la più totale naturalizzazione del cavallo
... Lassociazione di Terrasini, infatti, da parecchi anni ha dato vita a due gruppi di studio, che si occupano delle tecniche naturali di comunicazione con il cavallo e dellimpiego del cavallo sferrato in ambito sportivo agonistico. Il campo ostacoli della Favorita domenica 9 ottobre aveva preso due giornate di acqua e dopo la disputa del Gran Premio Coppa degli Assi era veramente in condizioni disastrose. Cavalli che scivolavano, inciampavano, nonostante avessero montati sui ferri i ramponi. Tripoli e Causto hanno ottenuto la vittoria dando cinque secondi di distacco al secondo classificato, Anna Zerbi, allieva del pluridecorato campione azzurro e già vincitore di due edizioni della Coppa degli Assi Roberto Arioldi.
Sono veramente soddisfatto ha dichiarato il cavaliere dellHappy Stable di Terrasini potere confrontarsi con cavalieri di grande livello e sui percorsi di grandi direttori di campo è molto importante soprattutto per noi che portiamo avanti questo tipo di concezione naturale. I tracciati di Giovanni Bussu erano molto tecnici ed hanno messo alla prova tutti quanti, dando la possibilità ad ognuno dei binomi di esprimere il meglio di sé. Se poi pensiamo che domenica la prova era una caccia, credo che solo chi avesse il cavallo sferrato avrebbe potuto galoppare quanto me, altrimenti si sarebbe incappati o in un errore o addirittura in qualche brutto scivolone.
Larticolo completo si trova al link: www.happystable.it sotto la voce news
Cè anche unaltra notizia interessante. Il primo dicembre 2005 Christy Harchie e Billy Brencheley hanno iniziato un viaggio con cavalli non ferrati, attraverso tutta lAfrica, seguendo un itinerario lungo 15.196 chilometri che li porterà dal punto più a nord , Bizente, in Tunisia, fino a Capo Agulhas nel Sud Africa.
Billy è un maniscalco che, pur continuando la sua professione, raccomanda sempre di tenere i cavalli scalzi.
Il viaggio servirà anche come studio-ricerca sulla protezione del piede del cavallo scalzo in condizioni estreme. Sul sito www.africanhoofprints.com si può seguire il diario del viaggio e conoscere tutti i dettagli.
E senzaltro utile e divertente. Mi chiedo, però, come mai ci si dimentica dellAnabasi di Senofonte, che descrive la ritirata dei diecimila mercenari greci dopo la battaglia di Cunassa fino a Trapezunte e di là, attraverso il Ponto Eusino, a Bisanzio, con le marce penose attraverso gli alti monti nevosi dellArmenia. per itinerari impervi con cavalli che non portavano i ferri, dato che i Greci non usavano ferrare i cavalli. E siamo nel 401 avanti Cristo.
Attualmente, in Italia, non è tanto importante fare dei corsi di carattere divulgativo, utili più sotto laspetto culturale che sotto quello pratico (ne ho fatte di conferenze da Palermo a Vittorio Veneto!), quanto organizzare dei corsi per la formazione di specialisti del pareggio del piede sferrato, che possano soddisfare le crescenti richieste, ricavandone un giusto guadagno. Sarebbe, perciò auspicabile anche da noi, come avviene allestero, linteressamento e limpegno di maniscalchi intelligenti e mentalmente aperti, i quali non devono temere che il piede sferrato porti loro via del lavoro, perché invece gliene porterà dellaltro. Basterà solo apprendere la tecnica di pareggio del piede sferrato. Cosa che non è affatto difficile.
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| Ecco lultimo arrivo in famiglia: due caprette camosciate rispettivamente di uno e di due giorni, nate da due mamme salvate, a suo tempo, dal destino della graticola. Le osserva curioso Grey Star, il quarter giunto qui a tre anni perché dichiarato inservibile e che riusciva a malapena a camminare. Recuperato al cento per cento, oggi gode della sua vita cavallina, debitamente scalzo, galoppando con incredibile equilibrio e sicurezza anche sui terreni più scoscesi e impervi. |
Post Scriptum dellarticolo
La PROEQUO è pronta ad organizzare corsi per creare specialisti del piede non ferrato, grazie alla cortese disponibilità offerta dal Circolo Ippico Il Caldese .
Il Caldese è un bellissimo centro ippico che si trova nei pressi di Città di Castello e quindi in posizione centrale e facilmente raggiungibile sia da Perugia che da Arezzo.
Naturalmente i corsi sono per chi ha già una manualità ed esperienza e desidera svolgere un lavoro da professionista.
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| Editoriale 7-09-2005 |
Incontro e scoperta
Carlo Faillace
Tutto ebbe inizio dal rapporto stabilito dalla natura tra preda e predatore: l'uomo incontrò il cavallo per mangiarselo, così come faceva con il cervo o il mammut.
In Francia, vicino al villaggio di Solutrè, c'è una sorta di scogliera, raggiungibile solo da un lato, la cui parete cade nella vallata sottostante con uno strapiombo di una quarantina di metri. Gli uomini che nel tardo paleolitico abitavano da quelle parti adottarono un sistema per uccidere i cavalli quasi identico a quello che gli indiani d'America, ancora appiedati, usavano per uccidere i bufali. Quando un branco si avvicinava in zona, veniva spinto in una folle carica fino alla scogliera da dove gli animali spaventati erano costretti a precipitare. Dalle grandi quantità di ossa trovate ai piedi della roccia si ritiene che circa quarantamila cavalli vi abbiano trovato la morte.
Sembra, peraltro, che la caccia al cavallo non sia stato un fenomeno circoscritto a Salutrè: pare che si svolgesse senza posa in tutta l'Europa preistorica, tanto che c'è chi ritiene che l'antenato del nostro cavallo moderno sia migrato in Asia per sfuggire alla spietata caccia dei preistorici cacciatori europei. La migrazione lo portò tra popolazioni che seppero addomesticarlo e l'addomesticamento lo salvò dall'estinzione. Quando questo avvenne non si sa con certezza. C'è, infatti, chi ritiene che possa essere cominciato in Europa nel periodo neolitico. L'abate Henri Brueil scoprì nella sierra Morena, in Spagna, una raffigurazione che interpretò come quella di un uomo e due donne che conducono a cavezza un cavallo. Può darsi che già in quell'epoca l'uomo allevasse cavalli. Non sappiamo, però, per quale scopo, poiché non si è ancora trovato alcun documento preistorico che dimostri che il cavallo venisse montato o adibito al trasporto.
Gli egiziani cominciano a rappresentare il cavallo solo alla fine del II millennio in seguito alle invasioni degli hyksos, mentre sembra che i micenei e gli ittiti lo conoscessero già da diversi secoli.
Stando alle conclusioni di S. Bökönyi, il cavallo sarebbe stato addomesticato verso il 3.500 a.C. in Ucraina e nelle steppe dell'Asia centrale come animale da tiro e da soma, compiti per i quali la sua velocità si rivela preziosa in confronto a quella del bue già usato da tempo.
Sta di fatto che, ovunque sia avvenuto l'addomesticamento, gli uomini scoprirono che il cavallo poteva avere altri usi oltre a quello di essere una fonte di cibo. Una scoperta che è tra le più importanti del periodo preistorico, poiché mentre pecore, capre e maiali, già addomesticati, fornivano una più facile alimentazione, l'addomesticamento del cavallo servì ad aumentare le capacità fisiche dell'uomo, gli permise di spostarsi con maggiore rapidità e nobilitò la condizione umana, dando inizio al prestigio del quale ha goduto il cavaliere per tutta la storia dell'umanità.
George-Louis Leclerc, uno dei più grandi geni del XVIII secolo, più noto con il nome di Buffon, autore della monumentale Histoire Naturelle, inizia il capitolo sul cavallo scrivendo che La più nobile conquista che l'uomo abbia mai compiuta è quella di questo fiero e focoso animale. Più in là ancora nel tempo, nel Corano, è scritto che l'attività più nobile alla quale l'uomo può dedicarsi è quella dell'allevamento del cavallo.
Senza dubbio, tra tutti gli animali il cavallo non solo è quello che ha reso all'uomo i maggiori servizi, ma è anche quello che ha maggiormente contribuito al suo destino. Attraverso i secoli non ha mai smesso di influire sul pensiero, sull'arte, sul mito e sulla religione, in altre parole sulla cultura dell'uomo. Senza il cavallo il trasporto terrestre, condizionato dal lento passo dei buoi, sarebbe stato poco efficiente. Ai molini sarebbe mancata una più valida forza motrice e il prezzo del pane e dell'olio nell'antica Roma sarebbe stato elevato né ci sarebbe stata quella rapidità di comunicazione, vitale in uno stato militare. L'economia del mondo antico, non solo di quello occidentale, ma anche di quello asiatico, avrebbe subito un rallentamento notevole e la storia dell'umanità sarebbe stata probabilmente diversa.
In cambio il cavallo ha ricevuto una cospicua dose di crudeltà, di indifferenza, di ignoranza e soprattutto di ingratitudine. Già Esopo e Apuleio, infatti, ci hanno lasciato testimonianza, trattandola come normale consuetudine, del triste destino del cavallo, che, anche dopo aver regalato momenti gloriosi, è condannato a trascorrere la vecchiaia tormentato da fame e piaghe, costretto a far girare la macina del molino, sfruttato fino alla morte. E' pur vero, però, che all'addomesticamento deve la sua sopravvivenza in un mondo che non è più il suo e che all'uomo deve il suo perfezionamento.
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| Una quadriglia si prepara a girare intorno alla meta - Londra British Museum |
Compagno di lavoro e di caccia, strumento di guerra, motivo di orgoglio, il cavallo affascina l'uomo per la sua bellezza e per la velocità. Diventa l'elemento cardine delle passioni e degli entusiasmi che esplodono nell'ippodromo, tanto che nella Roma antica l'allevamento del cavallo da corsa fu una vera e propria industria non diversa, per importanza, da quella odierna del purosangue e la città imperiale vantava ben cinque ippodromi, dei quali il Circo Massimo è sopravvissuto come visibile testimonianza. Non mancavano ippodromi ad Antiochia, Alessandria, Cesarea e Bisanzio. In Nord Africa se ne contavano più di due dozzine e in Spagna e Portogallo 21.
In India e nel Nepal il cavallo fu introdotto intorno al 1580 a.C. e acquistò tale valore e importanza che nel Buddismo viene considerato come il simbolo della rinuncia. Quando Siddharta, il futuro Buddha, rinunciò al suo palazzo, agli onori e alle sue ricchezze si separò anche dal suo cavallo Kanthaka, che, non sopportando il dolore del distacco dal suo padrone, morì di crepacuore. La leggenda racconta che il cavallo rinacque nel paradiso dei trentatrè dei come il dio Kanthaka. Si ritiene anche che il cavallo sia il simbolo del veicolo della vita e che il cavaliere sia lo spirito. Quando questo giunge alla fine delle sue incarnazioni la sella resta vuota e di conseguenza il veicolo muore.
Con l'addomesticamento l'uomo scopre i diversi impieghi del cavallo e inizia una attività di allevamento, che non tarda a diventare ben specifica, con lo scopo di svilupparne le caratteristiche morfologiche e meccaniche necessarie all'uso al quale sarà destinato.: trasporto, tiro, caccia,guerra o corsa. All'allevamento si abbina necessariamente l'addestramento, destinati entrambi ad evolversi e a perfezionarsi come attività di esperti e di specialisti. Nasce la figura dell'uomo di cavalli. Figura ai giorni nostri fin troppo svilita da appropriazioni indebite miste a millantato credito per i tanti tacchini spennati che si pavoneggiano ostentando una coda a ruota che non c'è, mentre richiede passione, esperienza, conoscenza tecnica, studio e continua, assidua e abile frequentazione del cavallo. L'equitazione classica tenderà allo scopo di perfezionare la natura con la raffinatezza dell'arte.
C:F: (tutti i diritti riservati)
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| Editoriale 12-05-2005 |
Una cultura dovuta al cavallo
Carlo Faillace
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Free Spirit: Spirito Libero.
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Senza il cavallo la cultura che lantropologo definisce come La Cultura delle Grandi Pianure non sarebbe esistita né la nostra fantasia avrebbe dato vita allimmagine affascinante e romantica che forma lo stereotipo del pellerossa. Lindiano delle Pianure è, per la grande maggioranza delle persone e soprattutto degli europei, lindiano tipico: un coraggioso guerriero con il corpo dipinto e il capo ornato di penne, che cavalca a pelo, lanciato al galoppo contro i carri dei pionieri.
La cultura dellindiano delle Pianure, resa epica da Hollywood, non fu autoctona e la sua gloria durò poco. Il suo processo di formazione, infatti, non può considerarsi compiuto se non dopo i primi del 1800 e il calo del sipario sullultimo atto della sua vicenda drammatica avvenne prima della fine del secolo (Wounded Knee, 1890).
Quando tra il 1540 e il 1542 Francisco de Coronado guidò la sua spedizione esplorativa nel territorio delle Pianure, la Cultura delle Grandi Pianure, non esisteva ancora. Gli spagnoli incontrarono tribù di indiani, per lo più stanziali, che vivevano in uno stato di semi povertà, dedicandosi alla coltivazione del mais, del fagiolo e della zucca. Occasionalmente, in genere una volta allanno, organizzavano la caccia al bisonte, la famosa vaca della quale gli spagnoli già avevano sentito parlare, che provvedeva a molte delle loro necessità, dal vestiario alla copertura dei ricoveri a forma di cono e agli utensili.
Svolgendosi a piedi la caccia al bufalo non era molto redditizia e certamente non poteva essere di sostentamento per un gran numero di individui quelloccasionale bufalo indebolito che riuscivano a uccidere o quelli che facevano precipitare in qualche dirupo creando di proposito nella mandria una fuga disordinata.
Le tribù di indiani che pian piano invasero il territorio delle Grandi Pianure scendendo dal nord erano sostanzialmente nomadi. Negli spostamenti, il trasporto dei loro beni era affidato a donne e a cani, portati a spalla o sul travois Questo mezzo di trasporto era formato da due lunghi pali le estremità frontali dei quali convergevano per essere attaccate alle spalle del cane, mentre le estremità opposte venivano trascinate per terra. A metà dei pali era montata una intelaiatura che poteva essere a forma di scala o una rete con cinghie. Il carico non superava i trenta chili. E evidente che in queste condizioni le distanze degli spostamenti erano brevi.
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Nez Percé con cane adibito a trasporto con il travois
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Larrivo del cavallo modificò questo tipo di vita sviluppandone ed incrementandone leconomia e diventando una delle più importanti fonti di ricchezza. Con il cavallo era possibile seguire facilmente le grandi mandrie di bufali e fu possibile adottare un sistema di caccia più redditizia. Cacciatori a cavallo molto ben organizzati sostituirono il solitario cacciatore appiedato e gli altri metodi più complicati che rendevano necessario laiuto dellintero accampamento, compresi bambini donne e anziani. I nomadi cacciatori di bufali si imposero sugli agricoltori, che o furono cacciati dalle loro terre o abbandonarono lagricoltura per diventare cacciatori di bufali loro stessi.
Il cavaliere-cacciatore poteva uccidere il bufalo con maggiore efficienza e facilità. Una volta avvistata la mandria i cacciatori smontavano dai loro normali cavalli da sella o da trasporto per montare i cavalli di maggior pregio e più veloci. Il gruppo si allineava, affinché tutti avessero una pari possibilità, per dare inizio alla caccia solo dopo il segnale del capo-caccia. A operazioni terminate, i cavalli venivano adoperati per trasportare a casa il carico di carne, compito al quale erano destinati i normali cavalli da sella o da trasporto, mai quelli più veloci riservati alla caccia (J.P. Nelson).
Si formò così una economia fondata sul bisonte la cui carne e pelle servivano come fondamentale merce di scambio per procurarsi tutto ciò che i bianchi offrivano, dalle stoffe ai fucili. Il gran numero di bisonti che potevano essere abbattuti con il nuovo metodo di caccia a cavallo portò una ricchezza che nessuna delle tribù che si vennero stabilendo nelle Grandi Pianure aveva conosciuto prima di diventare una società di cavalieri (P.Farb ch. VIII).
Grazie al cavallo, al quale venne adattato il travois, divennero più rapidi gli spostamenti e maggiori i carichi trasportati. Lincremento del peso trasportabile determinò anche lingrandimento del tipi (o teepee), la famosa tenda conica, che si trasformò in una struttura più grande e più comoda, con un diametro interno di 12 metri, sorretta da pali più alti, adoperati anche per il travois, chiusa da un maggior numero di pelli cucite tra loro e piena di nuove ricchezze.
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Travois adattato al cavallo
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Trasloco |
Si verificò una vera rivoluzione economica: lattività agricola scomparve per far luogo alla più redditizia caccia al bisonte. Le donne non si dedicarono più alla cura dei campi, ma alla concia delle pelli e alla preparazione della carne e smisero la produzione di utensili in terracotta, perché era più facile ottenerli in metallo dai bianchi.
Il cavallo fu lelemento catalizzatore tra le diverse tribù che si riversarono nel territorio delle Pianure e le unì, come comun denominatore, adattandole alla vita a cavallo e formando così una cultura tipica della quale fu anche lelemento evolutivo per cui il cacciatore divenne guerriero e il guerriero razziatore.
Come avvenne lincontro-alleanza tra l indiano e il cavallo?
Non si diventa uomo di cavalli o cavaliere esperto o intenditore nello spazio di un mattino. Per diventarlo occorrono predisposizione, attitudine e coraggio, una istruzione adeguata e valida su metodi e tecniche, una esperienza lunga e diretta. Maestri degli indiani furono gli spagnoli e il processo di apprendimento avvenne in maniera graduale. Prima del loro arrivo gli indiani non avevano mai visto il cavallo e in un primo momento ne furono intimiditi. Il timore, però, ben presto si mutò in fascino e lo considerarono come un meraviglioso animale da soma che chiamarono, infatti, Grande Cane.
Verso la fine del secolo sedicesimo si verificò un notevole incremento della colonizzazione spagnola nel Nuovo Messico e nel 1.600, nel territorio dei Pueblo e dei Navaho si trovavano già stabilite e funzionanti numerose missioni e molti ranchos (fattorie) nei quali lallevamento del cavallo ebbe grande rilievo. In quelli sorti nelle zone di Santa Fè e di Taos se ne contavano, infatti, migliaia di capi.
Il governo spagnolo aveva emanato delle leggi che vietavano agli indiani di possedere cavalli e di montarli. I rancheros, però, si avvalevano della manodopera indiana per svolgere il lavoro nelle loro proprietà e così gli indiani nei ranchos degli spagnoli impararono a lavorare con i cavalli, ad allevarli, addestrarli e montarli.
Nel 1680 i Pueblo organizzarono una rivolta che costrinse gli spagnoli ad abbandonare il Nuovo Messico lasciandosi dietro un grandissimo numero di cavalli del quale gli indiani simpadronirono. Al loro ritorno, nel 1694, gli spagnoli trovarono i Pueblo trasformati in allevatori di cavalli, che allevavano in gran numero, per venderli alle altre tribù indiane, come i Kiowa e i Comanche, divenendo a loro volta maestri, insegnando quanto avevano appreso dagli spagnoli.
Il cavallo si diffuse molto rapidamente nella zona meridionale delle Grandi Pianure. Dai rapporti di alcuni commercianti francesi risulta che gli Cheyennes del Kansas ottennero i loro primi cavalli nel 1745 (R.E. Moore). Si può, comunque, ritenere per certo che tra il 1750 e il 1754 il cavallo era in uso anche nei territori settentrionali delle Grandi Pianure. Lantropologo John C. Ewers ha tracciato il percorso della diffusione del cavallo tra gli indiani delle Grandi Pianure. Il punto centrale di distribuzione fu Santa Fè, nel Nuovo Messico. Le tribù meridionali come i Pueblo, i Kiowas, i Comanches, gli Arapahos e gli Cheyennes furono le prime a diventare società di uomini di cavallo e diffusero gli equini tra le tribù settentrionali con metodi di scambio commerciale ben stabiliti. Si sviluppò tra gli indiani una nuova professione: quella del mercante di cavalli. Gli animali, così come i metodi di addomesticamento e di addestramento si diffusero dal Nuovo Messico alle regioni settentrionali. Il cavallo divenne un forma di denaro e determinò lo stato economico e sociale dellindividuo, il cui rango e prestigio erano più o meno alti a seconda dei cavalli che possedeva.
La cultura equestre appresa dagli spagnoli si diffuse rapidamente da una tribù allaltra e gli indiani delle Pianure divennero grandi cacciatori a cavallo di bufali, cavalieri-guerrieri eccezionali e razziatori.
Si potevano acquisire cavalli attraverso il commercio, ma il mezzo più onorevole e comune di procurarseli era la razzia.. Lincessante ostilità tra le diverse tribù non era dovuta e dispute per il territorio o per vantaggi commerciali, ma era sopratutto il risultato di continue razzie e contro-razzie di cavalli. Secondo quel sistema sociale, il modo legittimo di procurarsi i cavalli era quello di rubarli a una tribù nemica (Mandelbaum, 1979).
Lindiano e il cavallo
Il metodo di addestramento e di monta che gli indiani impararono dagli spagnoli fu quello che in quellepoca era in vigore in Europa, fondato sul dominio dellanimale e sulla violenza, con uso di speroni, imboccature severe ecc. Gli indiani dimostrarono una particolare affinità con il cavallo e una volta acquisita esperienza, cambiarono totalmente questi metodi addestrandolo con la dolcezza.
Sin dallinizio della doma avvicinavano il cavallo senza spaventarlo o intimorirlo, lasciando che pian piano acquistasse fiducia e familiarità con luomo e con larco, con limboccatura e i finimenti. Per prepararlo ad essere montato gli poggiavano il gomito sul dorso applicando una pressione per brevi periodi. Forse ci voleva tempo prima che il cavallo si lasciasse montare, ma lindiano non aveva fretta. A volte il cavallo veniva fatto entrare in un fiume o in un lago fino a che lacqua non gli copriva le spalle. Solo allora il cavaliere lo montava e se il puledro cercava di sgroppare e di ribellarsi lacqua fungeva da protezione e non permetteva che si facesse male.
Tempo e cura erano dedicati al governo del cavallo e questo lavoro era riservato agli uomini. Lanimale non veniva confinato né in scuderie né in corrals o paddocks. Veniva adoperato per lavoro o per la guerra, ma gli veniva anche concessa la libertà di pascolare, di giocare, insomma di essere cavallo. Spettava in genere ai ragazzi il compito di sorvegliare i cavalli al pascolo. Di notte, quelli di maggior valore venivano legati alla porta del tipi. Se cera pericolo di razzie, il proprietario di un buon cavallo dormiva nel tipi dopo averlo legato al suo polso o alla sua caviglia . Gli altri cavalli venivano impastoiati legando gli anteriori con cinghie di cuoio. Nellinverno le pastoie venivano messe ai posteriori, affinché i cavalli fossero liberi di raspare la neve per trovare lerba sottostante. Gli indiani non conservavano il fieno. Se cera molta neve, gli uomini pulivano una parte del terreno e tagliavano lerba secca per adoperarla come foraggio.
I cavalli così tenuti erano di indole buona e ben addestrati. I bambini, infatti, ci giocavano come se fossero dei grossi cani.
I ragazzi imparavano a montare alletà di quattro o cinque anni e tra i nove e i dieci la loro istruzione poteva considerarsi compiuta, poiché avevano ormai imparato gran parte delle tecniche di monta che avrebbero messo in pratica nellattività di caccia e di razzia che li aspettava negli anni futuri (Southesk, 1969: 159, 248).
Mentre il cane serviva sovente come nutrimento, il cavallo finì arrostito meno spesso, ma non cè dubbio che gli indiani, in special modo gli Apache, svilupparono il gusto per la carne di cavallo.
Dagli spagnoli gli indiani conobbero selle e finimenti e ne impararono luso. Ispirandosi a quei primi modelli ne costruirono in seguito diversi tipi., modificandole e decorandole secondo il loro gusto. Uno dei modelli più comuni era formato da arcione e paletta in corno dalce collegati lateralmente da stecche di legno, il tutto ricoperto con pelle di bufalo. Un altro tipo era fatto con forcelle di legno per larcione e la paletta, collegate da stecche di legno piatte, rivestite in cuoio. Ce nera anche un tipo più semplice che consisteva in una specie di cuscino oblungo in pelle di antilope, le cui estremità erano imbottite con crini di antilope, che veniva messo di traverso sul dorso del cavallo in modo che le due imbottiture pendessero lateralmente. Alcuni mercanti di pellicce descrissero il tipo di sella in uso presso gli indiani agli inizi del 1800. Mettevano a contatto con la schiena del cavallo una pelle
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Sella indiana da donna (Ricostruzione di Ken Weider)
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di bisonte sulla quale poggiavano una imbottitura dalla quale pendevano due staffe di legno foderate con pelle di testicoli di bisonte. Lacci di cuoio fungevano da sottopancia tenendo il tutto fisso.
La sella rigida, decorata con disegni in perline di vetro, era segno di ricchezza e di vanto e diventò uno degli articoli più richiesti nelle stazioni di posta.
Le staffe venivano costruite con un pezzo di legno piegato a vapore a forma di cappio, legate con tendini e foderate in pelle.
Testiera e redini erano in cuoio o, meno frequentemente, in corda fatta con crini di bufalo. Limboccatura consisteva in una striscia di cuoio con doppio cappio alle ganasce.
Gli indiani non adottarono il ferro e preferirono lasciare i cavalli scalzi, trovando così una soluzione analoga a quella di altre popolazioni, soprattutto asiatiche, che hanno fatto e fanno grandissimo uso del cavallo, senza mai ferrarlo.
La vittoria di Toro Seduto e di Cavallo Pazzo su
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Cavallo da lavoro bardato, con travois e sella.
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Custer a Little Big Horn il 25 giugno 1876 fu inutile e segnò la fine degli indiani delle Pianure e quindi della cultura indiana del cavallo. Da quel momento furono perseguitati senza pietà, i loro accampamenti distrutti, uccisi donne e bambini. I sopravvissuti finirono nelle riserve. Una strage di bisonti dovuta a una crescente domanda, anche volutamente esagerata, sterminò e pose fine alla principale fonte di guadagno e di sostentamento. Finì pure il cavallo, in parte perchè non più utile e in parte razziato o ucciso dai bianchi con lo scopo ben preciso di tagliare le gambe in modo definitivo quel che restava delle tribù dei pellerossa e con lui finì la poesia e il sogno di gloria degli Indiani delle Pianure.
Corollario
Dopo la battaglia di Little Big Horn, in un boschetto delle vicinanze, venne trovato un cavallo colpito da sette frecce. Si chiamava Comanche ed era il cavallo del capitano Keogh, uno degli ufficiali di Custer, caduto nella battaglia.
Comanche venne curato e portato a Fort Lincoln nel Dakota dove trascorse la convalescenza e il resto della sua vita, libero nel territorio del forte. Il comandante del settimo Cavalleria stabilì che Comanche doveva essere sellato solo nelle occasioni ufficiali e che non dovesse mai più essere montato. Il cavallo divenne una celebrità nazionale e quando morì la notizia apparve in tutti i giornali. Comanche venne imbalsamato e si trova oggi nel Museo dellUniversità del Kansas.
Bibliografia
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The Indian and the Horse, University of Oklahoma Press, 1968. |
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The Cheyenne in Plains Indian Trade Relations 1795-1840, University of Nebraska
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C.F.
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| Editoriale 31-01-2005 |
Metodo dolce. Una innovazione?
Di Carlo Faillace
Sempre maggiore diffusione trovano oggi i metodi dolci e non violenti di avvicinare, domare e usare il cavallo. Attraverso libri, siti internet, articoli su riviste specializzate un buon numero di personaggi divulgano e pubblicizzano il loro metodo di addomesticamento e di addestramento del cavallo con un valido e spesso intelligente uso della commercializzazione delle idee. Il che funziona piuttosto bene in questa epoca di cose di massa nella quale anche il popolo degli amanti del cavallo si fa sempre più numeroso e redditizio. Di conseguenza si organizzano lucrativi stages e dimostrazioni, con annesse vendite di pubblicazioni, di strumentazioni strategiche ecc, insomma di tutto quel che ruota attorno alla proficua vendita di sistemi nuovi o spacciati per tali.
Che in questo modo maghi di cavalli, sussurratori e quantaltro facciano soldi non ha importanza e non ci riguarda. Di certo costoro meritano un plauso e vanno visti favorevolmente perché contribuiscono alla diffusione del rispetto del cavallo, alla conoscenza del suo comportamento e quindi a meglio comprenderlo. Cè da sperare, perciò, che i fautori di questi metodi e i loro proseliti vadano aumentando e non si può che auspicare un totale successo di tali teorie, che, fondate sulla dolcezza e il convincimento, si preoccupano del benessere del cavallo.
Per amore del vero, tuttavia, e per rispetto di quella cultura equestre che ha accompagnato e dovrebbe continuare ad accompagnare il percorso storico delluomo, si rendono necessarie alcune precisazioni, affinché generazioni attuali e future non vengano indotte a credere che il metodo dolce del rapporto con il cavallo sia una innovazione o una scoperta dellultimo scorcio del ventesimo secolo; il che non è.
Prima, però, di accennare al metodo dolce nel rapporto tra uomo e cavallo, sul quale hanno insistito tutte le scuole e le linee di pensiero serie della storia dellequitazione, occorre soffermarci su delle osservazioni fondamentali.
Considerando il benessere del cavallo nel suo insieme, dal che non si può prescindere, va precisato che una cosa è trattare bene il cavallo stando a terra, insegnandogli a girare alla corda, a salire sul van o carrello e così via attraverso dolcezza e convincimento, e ben altro è aver cura del suo benessere montandolo: perché montandolo gli si possono creare sofferenze senza esserne coscienti.
Montare bene a cavallo, infatti, significa conoscere una tecnica che non si impara nello spazio di un mattino, ma in tempi lunghi e sotto istruzione competente. Significa possedere un ricco bagaglio di conoscenze teoriche e tecniche strettamente connesso a una grande esperienza pratica, alla quale si abbina assetto, equilibrio e sensibilità di mano. In mancanza di questi talenti e conoscenze si può adorare il cavallo quando si è a terra, ma essere degli involontari aguzzini quando lo si monta. Se si considera, infatti, a titolo di esempio, che i punti più sensibili del cavallo sono la bocca e le reni, ci si rende conto che un assetto errato, una mancanza di equilibrio e una mano dura mettono entrambe queste parti in stato di sofferenza e sono causa di lesioni e di patologie, costituendo una vera e propria violenza.
Senza dubbio, un eccessivo spirito agonistico e la competizione commerciale per la vendita dei cavalli hanno portato a poco e forse nessun rispetto nei confronti del cavallo come essere capace di sentire e di soffrire e a varie forme di violenza. E anche vero, però, che un cavaliere raffinato, educato alla scuola del Dressage e del Salto Ostacoli è meno dannoso per il cavallo dellapparentemente innocuo passeggiatore.
La maggioranza dei cavalieri odierni ha poca sensibilità di mano, un cattivo assetto e quindi poco equilibrio. Sono, peraltro, convinti di essere privi di tali difetti poiché ignorano gli aspetti tecnici fondamentali dellequitazione per aver avuto una istruzione carente e approssimativa.
Purtroppo per il cavallo il suo rapporto con luomo consiste, nella maggioranza dei casi, nellessere montato. E da come si comporta luomo sul cavallo che dipende buona parte del benessere dellanimale. Un cattivo assetto e un improprio uso della mano determinano patologie e quindi inconsciamente e per ignoranza si può essere dei torturatori dellamico a quattro zampe che sinceramente si ama. Non senza motivo i nostri predecessori dicevano che un cattivo uso della mano e dellimboccatura era come mettere un rasoio in mano a una scimmia.
In Senofonte, che ci ha lasciato la prima opera completa sullEquitazione, si legge che leducazione del cavallo deve essere condotta con dolcezza e pazienza, in modo progressivo e ragionevole, cercando di far capire allanimale ciò che si vuole da lui, senza mai trattarlo con collera, con lo scopo di stabilire tra uomo e cavallo una collaborazione fiduciosa e felice. A queste si trovano aggiunte le raccomandazioni di non tirare sulle redini, di sedersi sul cavallo con dolcezza, di partire al passo e di passare alle andature superiori progressivamente. Tutti principi fondamentali, che passano di generazione in generazione immutabili.
Così Varrone raccomanda che quando si inizia la doma del puledro, non prima che abbia compiuto i tre anni e mezzo, lo si abitui al tintinnio dei finimenti appendendoli accanto al suo ricovero, per evitare che, non conoscendoli, li tema.
Dal mondo greco-romano i principi di Senofonte passano alla civiltà araba nei trattati di Ibn-al-Awan, di Abou Obeida , di Aly ben Abderrahman, di Abu Bekr Ibn Bedr, di Ibn Hodeil, che hanno spesso delle espressioni altamente poetiche sul cavallo.
In Europa, una parentesi di addestramento coercitivo e violento, dovuto probabilmente a particolari tipi di cavalli che si volevano adattare a particolari esigenze, viene superata dal francese Antoine de Pluvinel de la Baume, che, insieme allinglese Newcastle, domina la storia equestre del diciassettesimo secolo ed è il fondatore di una scuola francese destinata a raggiungere le vette più alte. Pluvinel sostiene che bisogna rivolgersi allintelligenza del cavallo impiegando la dolcezza e non la costrizione. Tale preoccupazione resterà come principio fondamentale in tutti gli insegnamenti che troveremo nei secoli successivi nelle opere di tutti i grandi maestri francesi o tedeschi o italiani.
Ultimamente qualcuno si è pubblicizzato mostrandosi mentre montava a cavallo senza imboccatura. Cosa lodevole, ma anche questa non nuova.
A prescindere dai Numidi, che montavano senza imboccatura, e venendo rapidamente alla nostra epoca, questa esperienza è stata messa in atto numerose volte. Mi scuso se non ricordo ora tutti i cavalieri italiani che hanno montato senza imb
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Portia, una delle cavalle di Moyra Williams
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occatura. Di certo ricordo che Carlo Defendente Pogliaga dette una dimostrazione in concorso ippico e Stefano Angioni montava Aberali senza imboccatura nei concorsi internazionali di Salto Ostacoli
Nel 1960 Moyra Williams (Cattedra di Psicologia allUniversità di Oxford e amazzone professionista) pubblicò il libro Adventures Unbridled(A.S. Barnes and Company. Inc., New York), nel quale raccontava le sue esperienze nelladdestramento dei cavalli senza imboccatura, scritto prima del gennaio 1957. La Williams portò i suoi cavalli senza imboccatura in competizioni di dressage, di salto ostacoli, di corse in piano.
Venendo, se è lecito, alla mia esperienza personale, cioè al minus che in questo caso non cessat dinanzi al maior , perché sta a dimostrare una tendenza diffusa, ricordo che il mio maestro Anco Marzio Dapas, ufficiale di cavalleria, montò il suo grigio Daflavio senza imboccatura in un concorso ippico che si svolse in notturna nel maneggio coperto della Farnesina (Società Ippica Romana) nel 1962., non per mettersi in luce o altro(allora il mondo dellequitazione era ancora serio e riservato a competenti e senza fini di lucro), ma per prova o conferma di un lavoro che svolgevamo a casa e che riguardava solo noi. Questo sistema era piuttosto abituale per noi e forse il più entusiasta, data letà e leducazione equestre non ancora del tutto completa, ero io. Ancora
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La mia prima testiera senza imboccatura
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conservo la prima testiera senza imboccatura che mi feci fare appositamente dal sellaio e che si può vedere nella fotografia. In seguito ne feci fare delle altre, purtroppo perdute, che mi servirono per lavorare alcuni cavalli particolari e montarli anche in gara.
Quando ero in California mi fu chiesto di addestrare e lavorare un purosangue inglese, ritenuto piuttosto difficile, che aveva messo in difficoltà laddestratore professionista al quale era stato affidato dal proprietario, un simpatico avvocato di Los Angeles. Era un grigio di quattro anni, molto bello, molto potente, di statura alta e morfologicamente più robusto di quello che normalmente sono i cavalli di purosangue inglese. Era di grande genealogia, si chiamava Prince of Queen e vive nei miei ricordi come un caro, indimenticabile amico. Tra me e lui si stabilì, per un periododi alcuni anni, un rapporto particolare: uno di quegli intendimenti inspiegabili che a volte si verificano tra uomo e animale. Montato da me il cavallo era morbido, elastico, alla mano e rilasciato. Se altri lo montavano erano costretti a scendere letteralmente impauriti. Bravi ed esperti cavalieri vollero acquistarlo, ma finirono per rinunciare. Lultimo fu lattore Tab Hunter, appassionato e ottimo cavaliere di salto ostacoli, ma a condizione che io seguissi il cavallo per un periodo di prova, che avrebbe preceduto lacquisto. Tanto per dare una idea della potenza del cavallo, mi piace ricordare che a casa di Tab il cavallo passò, con semplicità e naturalezza incredibili, una
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Prince, che, come si vede, montavo senza imboccatura
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barriera nuda posta a due metri di altezza. Tornai in Europa e poiché Tab Hunter non riuscì a montarlo soddisfacentemente, il cavallo fu riportato dal suo proprietario dorigine, dove rimase per il resto della sua vita invenduto e, da quel che so, non più montato.
Anco Marzio Dapas sosteneva che montare senza imboccatura era un punto di arrivo e non un punto di partenza. Dopo varie esperienze vissute, ne sono convinto anche io. Certamente è un accorgimento che ha dei lati positivi, se adoperato in situazioni particolari, con cavalli particolari e da chi sa quello che fa. Ha anche dei limiti: non vedo, infatti, come si possa decontrarre e ammorbidire la mascella, sviluppare la muscolatura giusta dellincollatura, mettere in atto lazione combinata di gambe e mano, rilevare lincollatura, insomma creare un cavallo morbido ed elastico senza imboccatura. Una buona mano fa gustare il ferro al cavallo, il quale lo mastica, gradendolo e lo fa saltare in bocca
.ma sto andando oltre e altrove, forse in un mondo che non cè più.. Un cavaliere con una buona mano può montare un cavallo mettendogli in bocca anche un filo di ferro, diceva Carletto Pogliaga. Aveva ragione. Non è il ferro che crea danni: è la mano.
Per concludere voglio aggiungere che ci sono degli esseri umani che riescono a stabilire con gli animali dei rapporti di fiducia particolari, una comprensione o attrazione reciproca, una specie di sintonia o empatia, che non è spiegabile. Si tratta di una dote o di qualità che non sono insegnabili né vendibili. E non basta. Con il cavallo montato la musica è complessa e montare bene è unarte
o meglio era unarte che brama di lucro e volgarità hanno distrutto. E allora ben venga qualsiasi suggerimento che si preoccupi di far soffrire meno i cavalli.
C.F.
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| Editoriale 15-07-2004 |
Fare diventare i sogni realtà
Carlo Faillace
In una delle radure, che si aprono tra i fitti boschi di cerri e di querce, ho contato stamane dodici caprioli. Ieri sera, poco prima del tramonto, munito di binocolo, ne ho seguito una trentina al pascolo, dopo essermi divertito, nel pomeriggio, ad ascoltare i loro richiami, che ricordano il latrato dei cani.
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| Le panoramiche dei luoghi |
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Non solo i caprioli vivono qui: c'è anche la volpe, l'istrice, la donnola, il lupo (se n'è visto e fotografato uno bianco), la poiana, il falco pellegrino, l'aquila del Nerone e persino la lince, che era data per estinta.
In questo ambiente incontaminato e particolarmente bello dell'appennino umbro marchigiano ci siamo trasferiti, con i cavalli, in una nostra proprietà di una cinquantina di ettari, ad una altitudine di 780 metri sul livello del mare, dove i pascoli sono sempre verdi e il fieno per l'inverno è di qualità eccezionale.
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| I nostri cavalli in libertà |
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Il notevole lavoro che ha comportato il trasferimento spiega il mio silenzio su queste pagine durante questi ultimi mesi. Ho sempre sostenuto, peraltro, che non è mio scopo quello di essere "animalista" da tavolino o da farse televisive, ma quello di essere solamente uno che ama gli animali dimostrandolo con azioni e fatti, con le mie forze e il mio lavoro. E' sufficiente gratificazione osservare i cavalli pascolare o giocare liberi in grandi spazi, soprattutto quelli che mi sono stati portati perché ritenuti ormai inservibili e che, invece, con le mie cure, hanno recuperato al cento per cento e galoppano felici, anche per le chine scoscese, in gara con gli altri compagni.
Organizzando in consorzio le proprietà confinanti, creando in tal modo una estensione di centinaia, forse migliaia, di ettari sto cercando di creare il più grande parco per cavalli d'Italia, forse d'Europa. Un'ampia zona, in altre parole, dove tra boschi, pascoli e splendidi panorami possano essere svolte tutte le attività che vedono impegnati i cavalli, dal dressage al salto ostacoli al trecking alle passeggiate turistiche agli attacchi, sempre nel dovuto modo e nel massimo rispetto per l'animale. Un'oasi dove si possa trascorrere un periodo di vacanza in compagnia del proprio cavallo, approfittando delle varie strutture agrituristiche esistenti. Ritengo la zona particolarmente adatta per gli amanti degli attacchi, i quali avranno la possibilità di trascorrere dei periodi, lunghi o brevi, godendosi il loro calesse e il loro cavallo, movendosi per chilometri e chilometri in mezzo ai boschi su strade imbrecciate tenute in ottimo stato, con itinerari diversi, senza dover mai attraversare strade asfaltate, senza incontrare traffico e godendo del silenzio della natura.
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| Chilometri di strade come queste per la delizia delle passeggiate a cavallo o in calesse |
Certamente resta sempre primario il nostro scopo di accoglienza e di recupero di cavalli dismessi dai diversi impieghi o messi a riposo. Ciò non significa, peraltro, che si farà da sponda agli ingenui, in buona o cattiva fede che siano, i quali vanno organizzando (con i soldi degli altri) "salvataggi" di cavalli dal macello (specie la solita "cavalla con puledro", gioia di tanti commercianti), se ne fanno vanto pubblicizzandosi e poi a noi tocca mantenerli per anni. E' ora che chi vuole salvare un cavallo o un altro animale se ne faccia anche carico e ne diventi personalmente responsabile.
Ho anche in progetto di istituire una scuola di equitazione fondata sui canoni dell'equitazione naturale, la più consona al rispetto per il cavallo, retaggio perduto della Scuola Italiana. I corsi saranno solo per allievi meritevoli che non hanno i mezzi economici per potersi permettere di essere seguiti in maniera appropriata nelle comuni scuole di equitazione. Cercheremo anche di organizzare dei corsi per "groom" volti a formare del personale di scuderia specializzato e degli stages sul comportamento nei confronti del cavallo, abbinati a corsi di carattere etologico per una migliore comprensione dell'animale. Un altro impegno importante sarà quello di continuare sulla strada del cavallo sferrato, che sta diventando un vero "boom" nei Paesi più progrediti (USA, Scandinavia, Germania, Canada, Nuova Zelanda, Australia ecc) organizzando degli stages per insegnare il pareggio del piede non destinato al ferro. Questa è già una realtà. Il primo corso è stato tenuto nello scorso mese di giugno in provincia di Cuneo presso le strutture di Ezio Romano e sotto la guida di Luca Gandini, medico chirurgo appassionato di endurance, fondatore del Barefoot Italia, convinto assertore della necessità di risparmiare ai cavalli la tortura del ferro.
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| Alcune vedute delle scuderie |
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Abbiamo anche in progetto l'organizzazione di un settore dedicato alle specie di animali da cortile in via di estinzione, che abbia un valore e uno scopo educativo per giovani studenti e quindi visitabile dalle scolaresche. Un progetto,questo, che potremo attuare grazie alla collaborazione e all'esperienza di Viviano Masconni, che già si occupa della materia nel suo "Il Pollaio del Re" a Grosseto.
Non solo animali, però
Ho già avuto modo, in passato, di esprimere la riflessione che l'amore per gli animali non si accorda con l'odio verso gli uomini. L'amore deve essere volto a tutti gli esseri viventi. Credo che già molti avranno letto del mio impegno in Thailandia a favore del cavallino Thai. Il mio lavoro ha dato risultati e già sorgono i primi allevamenti. Il mio impegno in Tailandia non si limita, però, al cavallino: sono coinvolto nel SET (Student Education Trust) una organizzazione non profit che aiuta gli studenti tailandesi poveri sia per la loro educazione universitaria che per quella degli istituti di carattere professionale e nella scuola secondaria. Durante l'anno accademico 2003/04 gli studenti che hanno ricevuto borse di studio, per affrontare sia le spese scolastiche che quelle per il loro mantenimento, sono stati 530. Le borse di studio non vengono assegnate in termini annuali, ma sono un beneficio che viene assegnato per la durata dell'intero corso accademico. Le sole condizioni sono: essere poveri ed essere meritevoli.
Peter Robinson, uomo di affari inglese che si è fatto monaco buddista, ha fondato SET dieci anni fa.
"Il lavoro con gli studenti svantaggiati è diventato la mia vita. E' per me più importante del mio progresso spirituale come monaco", scrive. Anziché sviluppare come monaco una sorta di "compassione teorica" per gli altri e diventare il solito "leader"-consigliere sulle problematiche sociali ha scelto il coinvolgimento attivo. La SET è una vera organizzazione di volontariato. Non esiste per mantenere prima se stessa (stipendi, propri tornaconti ecc) e poi distribuire "quod superest" se ce n'è. Beneficiare del lavoro di tipo caritatevole (sia nei confronti degli animali che nei confronti delle persone) significa sminuirlo: "Traggo beneficio dal mio lavoro con e per gli studenti, ma in senso spirituale", dice Peter Robinson. Tutto il lavoro di carattere burocratico della SET è svolto da volontari e non ha costi rilevanti, i quali, comunque, vengono affrontati da un trust speciale fondato in Gran Bretagna. I contributi ricevuti vengono unicamente adoperati per gli studenti e ai donatori viene spedito un resoconto dettagliato di cosa è stato fatto con il loro denaro.
Chi vuole saperne di più potrà mettersi in contatto con noi o direttamente con il sito www.thaistudentcharity.org
C'è molto da fare in questo mondo
se si vuole fare.
C.F.
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| Editoriale 20-01-2004 |
Per favore, togliete i ferri ai cavalli
di Carlo Faillace
Per oltre mille anni l'attuale pratica di ferrare i cavalli è stata seguita senza che la gente si rendesse conto che in essa potesse esservi qualcosa di sbagliato e di dannoso, anche se correttamente eseguita. Sebbene incidenti e inequivocabili manifestazioni di sofferenza l'accompagnassero di continuo e fossero ben visibili agli occhi di chiunque, nessuno volle correre il rischio di riflettere su un argomento che appariva così astruso. Se qualcuno si azzardava a farlo si esponeva a dissenso e insolenze. I danni che da essa derivano sono sempre stati ignorati o negati e si è cercato di vincerli in ogni modo tranne che in quello giusto e naturale: quello, cioè, di rimuovere la causa. La quale causa è stata ugualmente incompresa sia dai più semplici che dai più istruiti. (Clark, Bracy: Podophtora. Demonstration of a Pernicious Defect in the Principle of the Common shoe. Royal Veterinary College Library, London, 1829, p.2).
Così scriveva nel 1829 il dottor Bracy Clark, considerato come una delle maggiori autorità di tutti i tempi nel campo della cura del piede del cavallo (vedi ciò che scrive di lui il dottor Doug Butler, una colonna della scienza veterinaria moderna, nella sua opera Principles of Horseshoing), il primo che abbia osato contestare una usanza deleteria per il cavallo originatasi nell'Alto Medioevo e perpetratasi poi come moda senza che nessuno si chiedesse il perché della sua adozione.
I ferri compaiono in Europa tra il IX° e il X° secolo e vengono adottati con grande lentezza, a differenza di altre invenzioni introdotte dall'estremo oriente come le stanghe e il pettorale per la trazione, che rivelano grandi vantaggi. Veniva ferrato solo il cavallo usato in battaglia. Alcune miniature del tempo e anche posteriori mostrano gli zoccoli dei cavalli con punte di chiodi che sporgono di vari centimetri dalla muraglia. Ciò prova, secondo la ipotesi più accreditata, che il piede del cavallo veniva usato come arma, per creare danno maggiore tra le fanterie nemiche. Va ricordato che siamo nel periodo nel quale la cavalleria diventa elemento risolutivo sul campo di battaglia. Periodo che dura fino al 1350 (Crécy). Il ferro, applicato sotto il piede serve da supporto ai chiodi (dapprima tre per ramo) e per eliminare la sporgenza della testa dei chiodi fornendo una superficie piana che ne evitasse, sotto il piede, il fastidio e gli inconvenienti che ne potevano derivare.
Tanto sono vere le considerazioni del dott. Bracy che ancora oggi, se qualche mente più illuminata mette in questione questa pratica assurda e inutile deve farlo con grande coraggio, perché si espone a dissenso e insolenze (quanta ignoranza è quella che v'offende). Fortunatamente per i cavalli, però, negli ultimi decenni è andato crescendo l'interesse per la questione dell'utilità o meno della ferratura. I risultati sono che non c'è supporto scientifico alcuno per dimostrare che la ferratura sia utile, ma piuttosto è schiacciante la prova scientifica che ne dimostra la dannosità.
Gli ostacoli e le resistenze a sferrare il cavallo sono principalmente due: interessi economici e la mentalità della gente.
Se si considera che nei soli Stati Uniti i proprietari di cavalli spendono più di 2 miliardi di dollari all'anno per curare i piedi dei loro animali (American Farrier Journal) è lecito chiedersi se quei veterinari e quei maniscalchi che si oppongono all'idea del cavallo sferrato lo facciano solo per proteggere certi loro interessi economici. Dato, però, che viviamo in un mondo idealistico e disnteressato, forse sarebbe meglio ritenere che questo atteggiamento sia dovuto a scarsità di conoscenze, oltre alla mancanza di supporto scientifico.
La mentalità della gente, tendenzialmente conservatrice, prende per scontato che un cavallo debba essere ferrato, perché, pensa, si è sempre fatto così ed è soggetta alla logica del maniscalco, che si fonda sull'esperienza comune e spicciola della ferratura. Quando, infatti, si tolgono i ferri al cavallo per il periodico pareggio e per la nuova ferratura o rimessa, cioè tra una ferratura e l'altra, l'unghia del piede appare di solito umida, relativamente morbida e piuttosto sensibile. Se si facesse camminare il cavallo appena sferrato su di una imbrecciata o su un terreno sassoso e duro, si assisterebbe allo spettacolo pietoso di un animale che si muove sofferente e incerto. Maniscalco e proprietario concluderebbero che lasciandolo in quello stato e sottoponendolo a lavoro i suoi piedi si rovinerebbero del tutto.
Solo una piccola percentuale di maniscalchi ammetterebbe che la debolezza e la sensibilità del piede sono il risultato della ferratura e che rinunciando a questa si permetterebbe alla natura di ricostruire un'unghia dura, solida e resistente, che non avrebbe alcuna necessità del ferro. I piedi deboli del cavallo non sono una caratteristica congenita: sono una conseguenza della ferratura e della limitazione dello spazio naturale.
E' ovvio che se il cavallo non viene mai ferrato il problema non esiste.
Paradossalmente i ferri vengono messi con l'intenzione di fare un bene, non un male, al nostro cavallo.
Ecco, però, cosa succede:
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In questa foto: lamine di un piede sano non ferrato
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| In questa foto: danni alle lamine causati dalla ferratura. Le linee scure mostrano l'infiammazione |
L'argomento è interessante e rivoluzionario. In questi ultimi decenni va crescendo il concetto del cavallo sferrato e si sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo. Si tengono convegni presso le università come quello recente presso la Tuft University di Boston e quello del novembre scorso presso la clinica ortopedica per equini della Dott.ssa Strasser a Tuebingen, Stoccarda. In Canada, negli Stati Uniti, in Australia, in Nuova Zelanda, in Germania, e nel Regno Unito cresce il numero di cavalli adoperati sferrati in tutte le discipline e quello degli specialisti del piede, che eseguono ed insegnano il corretto pareggio per il cavallo sferrato. Anche in Italia la pratica si va diffondendo. Un esempio è quello del Centro Ippico Happy Stables a Palermo, dove i cavalli sono stati sferrati da oltre un anno e partecipano a tutti gli eventi sportivi, dalle categorie C5 di Salto Ostacoli al Dressage alle passeggiate.. L'esempio è seguito anche in Piemonte e in altre regioni con grande soddisfazione e crescente entusiasmo. E' appena sorta, infatti, l'associazione che riunisce i coraggiosi fautori del cavallo sferrato: la Barefoot Horse Italia (Il termine inglese Barefoot , "scalzo", è quello internazionalmente adottato).
Chi desidera approfondire l'argomento può leggere quanto pubblicato su questo sito (titolo: La ferratura: un male) e andare a visitare i seguenti siti specifici:
http://www.barefoothorse.com/ Forse il miglior sito sull'argomento
http://www.naturalhorsetrim.com/ altro sito veramente ottimo
http://www.tribeequus.com/index.html Sito molto buono soprattutto per i riferimenti ad altri siti e per l'iconografia
http://annalar16.tripod.com/aboutbarefootedhorses/index.html
http://www.ibem.org.uk/
http://www.barehoof.com/
http://www.horseshoes.com/supplies/alphabet/equilox/pages/hoofarmor.htm
http://homepages.paradise.net.nz/~componic/
http://www.hoofcare.com/index.html
http://www.strasserhoofcare.com
http://www.naturalhoof.co.nz/index.html
http://www.alltel.net/~star
http://www.hoofdoctor.co.uk
http://www.thehorseshoof.com
http://www.thenakedhoof.com.au
http://www.hoofnitnaturally.uni.cc
Appena sarà stato allestito, troverete tra i links della Proequo l'indirizzo del sito della Barefoot Italia
C.F.
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