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Perchè il Dressage?

Carlo Faillace

Perché è una disciplina seria. Perché esige dedizione, costanza, tecnica, precisione, fatica. Perchè richiede padronanza del proprio corpo, calma, sensibilità, esatta conoscenza della morfologia e dell’anatomia del cavallo. Perchè è un’arte e come tutte le arti nasconde, nella sua apparenza ultima, in semplicità, facilità, e armonia tutto il lavoro, la pena, il sudore dei quali è il risultato. Perchè il cavaliere che vi si dedica ha come fine la perfezione della sua arte e non cerca, costi quello che costi, gli applausi della folla profana, per la quale l’arte è l’ultimo dei pensieri. Non deve sollevare l’entusiasmo dei “filistei” con acrobazie, bravate o tours de force. Non con gesti eclatanti, quasi da forsennato, deve conquistare la sua folla, quella che possiede una cultura equestre, ma con la perfezione del proprio stile. Perché è energia del gesto. Una energia, però, fondata sul rilassamento e non sulla tensione. Perché l’addestramento del cavallo è un corso di ginnastica razionale che ha lo scopo di far scomparire nei cavalli la rigidezza delle articolazioni, di svilupparne la manegevolezza e, in particolare, la facilità di muoversi in un atteggiamento di equilibrio nel quale possono durare a lungo, molto più a lungo di quei cavalli che non ci sono stati messi e con un minimo dispendio di forze.
(Generale Josipovic).

Non bisogna dimenticare che il corpo del cavallo deve essere preparato, che i suoi muscoli devono prendere certe posizioni per eseguire tale o talaltro movimento. Tutto ciò necessita del tempo. La maggior parte delle difese o delle resistenze derivano dalla mancanza di quella preparazione che permetterebbe al cavallo di prendere una bella posizione e di eseguire il movimento senza sforzo. Questa preparazione insufficiente è dovuta all’impazienza del cavaliere, incapace di aspettare che il cavallo sia pronto. E’ ovvio che alla pazienza bisogna aggiungere la scienza. (Nuno Oliviera).

Perché nel dressage è insito il principio di assicurare una preparazione sufficiente a ciascuna richiesta, che si applica  tanto al cavallo da ostacoli come al cavallo da Alta Scuola o al cavallo destinato al fine che sia.


Nuno Oliveira

All’inizio, peraltro, non c’è alcuna differenza tra un cavallo destinato alle passeggiate o alle competizioni, siano esse di dressage puro o di salto ostacoli o dei concorsi completi di equitazione. Le basi sono le stesse. Solo in seguito l’addestramento diverrà più specifico a seconda della disciplina verso la quale verrà orientato. (Bertalan de Nemethy. “The de Nemethy Method”, Doubleday, 1990).

Non ho ancora addestrato un cavallo con il solo scopo dell’Alta Scuola, ma conduco tutti i miei cavalli a un livello di addestramento tale che ne giungono sulla porta. E, in verità, ho spesso oltrepassato la soglia di questa porta per divertirmi a verificare i progressi compiuti. Chiedo a tutti i miei cavalli un po’ di piaffer e di passage, senza peraltro arrivare a un lavoro impeccabile per quelli che non hanno una particolare disposizione, poiché, ripeto: non è questo il mio scopo, dato che i miei allievi sono destinati ai concorsi ippici. (Yves Benoist-Gironière, “Conquete du Cheval”, pag. 131).

Quali sono, dunque, i principi che governano la monta e la preparazione del cavallo da salto ostacoli? Riguardano il lavoro in piano e non il salto di per se stesso... con esercizi elementari praticati sistematicamente durante l’addestramento: flessioni laterali e longitudinali, cessioni alla gamba, spalla in dentro, spalla in fuori, volta sugli anteriori, volta sui posteriori, mezze fermate, travers, renvers, indietreggiare e transizioni. (Bertalan de Nemethy, op. cit.).

Non c’è limite ai benefici che possono derivare dall’esercizio dei movimenti di dressage a qualsiasi cavallo, perchè il loro scopo è quello di produrre un animale morbido, obbediente ed equilibrato; obiettivi che sono desiderabili tanto nel cavallo da passeggiata che nel cavallo da concorso ippico....
...l’arte del dressage riguarda direttamente la vera essenza dell’equitazione. Sono sicuro di aver tratto grande beneficio dall’averla studiata e messa in pratica e dall’aver osservato il lavoro dei grandi cavalieri del dressage
(William Steinkraus, “Riding and Jumping”, Doubleday, New York)


William Steinkraus

Queste affermazioni, prese dalla letteratura del salto ostacoli, sostengono l’importanza fondamentale della Bassa Scuola per formare il cavallo da concorso ippico, considerandola anzi una “condicio sine qua non” e sono comuni a tutti i grandi cavalieri e istruttori contemporanei da Jean d’Orgeix a Nelson Pessoa a George Morris fino a Frankie Slothaak e a Beerbaum. Su di esse dovrebbero meditare, ammesso che sappiano leggere, tutti quegli istruttori nostrani che abbaiano contro il dressage, latrando senza umiltà di cose che non conoscono, nonchè tutti quei cavalieri, venuti fuori troppo in fretta da non si sa dove, che affollano i nostri concorsi ippici montando in maniera “simiesque”, come direbbe Decarpentry. Tante gare, infatti, diventano un pietoso susseguirsi di esibizioni di scimpanzè che si alternano ad oranghi, montati su cavalli di grandi mezzi, molto mal lavorati, ma che con grande generosità o per disperazione si trascinano i loro tormentatori al di là dell’ostacolo.. Il censore romano perderebbe la voce se dovesse urlare a ogni cattivo cavaliere “Redde equum”.

La mala e sommaria istruzione e l’ignoranza dei cavalieri approfittano della formula unica dei nostri concorsi dove, se si esclude quella mal applicata e secondaria adozione caricaturale dell’Hunter Seat Equitation, tutto ciò che conta è saltare senza abbattere barriere. Come saltano cavallo e cavaliere non ha importanza. Così, in fase di “preparazione” si salta, si salta e si salta. Il passo è un’andatura che esiste solo in funzione degli spostamenti del cavallo dalla scuderia al campo di lavoro e viceversa. Il trotto è una noia della quale ci si sbarazza in pochi minuti mentre il galoppo è più sfruttato perché è l’andatura per il salto..

Talvolta qualcuno, con grande presunzione, decide di “lavorare” un cavallo. Per sopperire alle proprie incapacità fa uso di mezzi di ripiego quali redini di ritorno ecc. Quanti rasoi in mano alle scimmie!

Bisogna, perciò che nasca una presa di coscienza riguardo al primato della tecnica ai livelli delle competizioni medie. Si deve, inoltre, tenere presente che le più belle vittorie a livello internazionale, quelle grandi, regolari e ricorrenti, non quelle casuali, fortuite, sporadiche, sono frutto di una tecnica equestre e non dell’incontro con il cavallo-miracolo.

La silenziosa fatica dei cavalieri italiani che si sono dedicati al dressage sta portando risultati semprte maggiori in campo internazionale dove, grazie a loro, i rappresentanti della nostra equitazione non sono da annoverare tra i “desaparecidos”. E’ giusto sperare che i risultati positivi contribuiscano a diffondere a tutti i livelli, anche come valori puramente culturali, i principi che sono fondamento di tutta l’equitazione, perchè:

l’arte del dressage fa di un animale fisicamente molto più prestante di noi un collaboratore sottomesso, obbediente nella leggerezza delle nostre richieste. (Jean d’Orgeix, “L’équitation”, R. Laffont, Paris 1984)

Vale la pena, in fine, di leggere queste righe:

Che ognuno senta la necessità di avere il cavallo bene addestrato è fuori di dubbio. Infatti non è vero che tutti coloro (e sono molti!) i quali escogitano una quantità di ripieghi, dal risultato più o meno illusorio, vi ricorrono unicamente per sopperire alla personale incapacità equestre, che non permette loro di ottenere i risultati desiderati attraverso un lavoro basato invece sull’impiego dei mezzi naturali in cui si dispone il cavaliere?

Sotto questo importantissimo punto di vista, nessuno può negare che i cavalli tedeschi superino di molto tutti gli altri, ma non è che i cavalieri tedeschi abbiano soltanto il disturbo di scegliere fra i numerosi soggetti della loro vasta produzione. Essi addestrano invece un gran numero di cavalli, fra i quali poi, a ragion veduta, scelgono i migliori elementi, e siccome neppure i cavalli nascono maestri, il merito è tutto della capacità di coloro che vi sono preposti, della bontà della loro organizzazione, della tenace e metodica abilità nel formare i cavalieri e nell’addestrare i cavalli. Ed è in questo, senza dubbio, la superiorità che oggi ci dimostrano, ed è questa una questione che merita di essere seriamente considerata. I risultati appaiono ogni giorno più evidenti e questo problema dell’istruzione dei cavalieri, senza di che non si può affrontare quello dell’addestramento, deve essere risolto al più presto, perché di gran lunga più importante, in quanto da esso dipende il maggior rendimento dei cavalli, chiamati sempre ingiustamente a portare le colpe degli insuccessi.

Queste parole, quanto mai attuali e opportune, potrebbero essere state scritte oggi. Purtroppo, sono state pubblicate nel 1937 e sono gli ultimi paragrafi di quella che è stata chiamata “la morale” di Bacca, apparsa come conclusione nel suo libro “L’Arte di Equitare”, conosciuto nelle edizioni contemporanee come “Equitazione Italiana”

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