Dopo il lungo coinvolgimento, peraltro lontano dall'essere concluso, nel dramma dei trasporti di cavalli provenienti dai paesi dell'est europeo, destinati al mattatoio, la Tailandia rappresenta una parentesi, un momento di respiro tra un round e l'altro.
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Il Prof. Faillace con un cavallino Thai
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Il "Paese del sorriso" esprime la sua dolcezza anche nel rapporto con gli animali: qui i cavalli non sono un bene commestibile, ma, come dice il dottor Thanawat del dipartimento per lo sviluppo del bestiame del Ministero dell'Agricoltura, sono considerati dei compagni. I cavalli non vengono neppure uccisi, se non in casi veramente estremi, quando la morte diventa una liberazione da sofferenze inutili e irreversibili., perché il cavallo, afferma il Ten. Col. Veterinario Chanwan, professore della facoltà di Veterinaria dell'Univesità di Chiang Mai, è considerato un animale superiore e lo si lascia morire di vecchiaia. L'esercito ha organizzato un apposito centro dove i cavalli, che hanno terminato il loro servizio, vengono mandati a trascorrere in pace gli anni della pensione, fino al sopraggiungere della morte naturale. Il cavallo del contadino, quando avrà raggiunto una età che non gli permetterà di continuare a svolgere il lavoro al quale è stato adibito, verrà messo a riposo, al pascolo, trattato come un anziano componente della famiglia e quando morirà verrà sepolto.
Lo stesso destino spetta ai cavalli adoperati nello sport. Chi acquista un cavallo a questo scopo dovrà, perciò, porsi il problema della sistemazione dell'animale al sopraggiungere della vecchiaia o di eventuali lesioni che lo rendano inservibile.
L'attuale popolazione equina della Tailandia è composta principalmente da cavalli adoperati dall'esercito o destinati allo sport, importati dall'Europa, dalla Nuova Zelanda e soprattutto dall'Australia, che hanno visto l'inizio della loro diffusione nel paese agli inizi del secolo scorso, sotto il regno di Rama V, uomo colto e innamorato di tutto ciò che era inglese.
Il purosangue inglese oggi corre nei grandi ippodromi di Bangkok e di Chiang Mai, mentre numerosi sorgono i circoli privati dove si praticano gli sport equestri classici, insegnati per lo più da istruttori europei o australiani.
La mia iniziativa in Tailandia, peraltro, non era tanto motivata da un compito di generica informativa sullo stato e la composizione della popolazione equina insistente sul territorio del paese, quanto dalla ricerca di una eventuale razza di cavallo con caratteristiche e tipologie morfologiche e caratteriali particolari, specifiche dell'ambiente, che la rendessero di per se stessa unica. Bisognava, insomma, stabilire l'esistenza eventuale di una razza indigena. Un lavoro che non solo è stato coronato da un successo maggiore di quanto si potesse prevedere, ma che ci ha fatto scoprire una serie di cose interessanti dalle quali abbiamo molto da imparare, come nel caso della Università Veterinaria di Chiang Mai della quale avremo modo di parlare qui di seguito.
Gli inizi della ricerca non sono stati molto entusiasmanti. Al Ministero dell'Agricoltura, infatti, le informazioni sulla popolazione equina erano piuttosto generiche. Oltre all'esistenza sul territorio nazionale di cavalli importati per l'uso dei militari o per scopi sportivi, risultava la presenza di un non ben definito cavallo "locale", che veniva usato dai contadini di alcune zone montane come animale da soma. Era frutto di un allevamento a carattere familiare e non organizzato, limitato dall'ambiente, che ha fatto e fa preferire nei lavori l'uso dell'elefante e del bufalo, peraltro destinati anch'essi ad essere sostituiti dal mezzo meccanico. Sulle caratteristiche morfologiche di questo tipo equino, in fine, non esisteva alcuna documentazione.
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Lo stesso cavallino Thai (foto sopra) senza punti di riferimento
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Grazie alla disponibilità a alla grande volontà di cooperazione del dott. Thanawat e della dottoressa Laddawalaya, medici veterinari, entrambi del dipartimento per lo sviluppo del bestiame del Ministero, è stato, però, possibile stabilire i primi contatti utili ad intraprendere la giusta strada della ricerca.
Il loro interessamento, infatti, mi ha aperto le porte dell'esclusivissimo, elegantissimo "Polo Club" di Bangkok, un circolo molto selettivo, che ammette solo soci molto facoltosi, dove si praticano diverse attività sportive, tra le quali gli sport equestri, tranne il polo.
Nelle scuderie i cavalli son alloggiati in box separati da una parte in muratura, poco più alta di un metro, sulla quale si ergono, allineati e giustamente tra loro distanziati, elementi tubolari in ferro, che permettono ai cavalli di vedersi e lasciano circolare l'aria costantemente mossa da grandi ventilatori posti in alto, agganciati alla struttura della copertura. Un sistema che ho trovato identico in tutte le scuderie visitate. La lettiera è fatta con la lolla del riso, che in Tailandia si trova in grande abbondanza e, quindi, a bassi costi. Per il lavoro dei cavalli sono a disposizione tre maneggi coperti, aperti ai lati e un campo ostacoli.
"I cavalli che vede qui sono tutti importati.", mi dice l'istruttrice australiana, che è anche l'istruttrice personale di una delle principesse reali. "Abbiamo un paio di ponies, che si dice siano di razza indigena, ma sembrano più il risultato di un incrocio." Ha voglia di parlare d'altro. "Lei è italiano? Che peccato che non si veda più quella bella monta fluida che caratterizzava gli italiani. Ho potuto vedere i fratelli D'Inzeo solo verso la fine della loro carriera sportiva
ma chi potrà mai dimenticare come montavano quei due italiani! Comunque, se le interessa sapere qualcosa dei cavalli indigeni dovrà parlare con la nostra veterinaria, che è anche considerata come la migliore veterinaria di cavalli del Paese e che conosce tutte le situazioni."
Ho la fortuna di incontrare la dottoressa Seriya a pranzo nel lussuoso ristorante del circolo. E' una donna molto intelligente e simpatica, laureata e specializzata alla Cornell University, negli Stati Uniti. Mi dice che esiste un cavallo tailandese di piccola statura, tipo pony, ma non classificato. Mi fornisce indicazioni e indirizzi per poter raggiungere i luoghi dove è possibile vedere questi ponies al lavoro o comunque utilizzati.
Graeme Mathieson è un australiano, appassionato di cavalli e del gioco del polo, che ha organizzato e costruito il circolo Nichada Polo Club all'interno di un centro residenziale sul genere dell'Olgiata. Nonostante la sua passione e il nome del circolo, però, in quel centro ippico si praticano tutti gli sport equestri tranne il polo. Le scuderie sono molto ben tenute e arieggiate, il campo di lavoro, ampio e coperto, è circondato da una pista in sabbia, ma il campo di polo è ancora in fase di progettazione. Il centro ha tra le sue attività principali l'insegnamento dell' equitazione ai bambini, che lo frequentano numerosi grazie ad un accordo con una scuola internazionale.
"Ho pensato di usare per i bambini i ponies locali, perché sono molto docili e di buona indole.", mi dice Graeme, "Così ne ho raccolti un po', che ho trovato qua e là per le campagne e in quei posti dove li usano per divertire i turisti con le solite passeggiate nella natura."
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Ripresa di bambini con cavallini Thai nel maneggio coperto del Nichada Polo Club
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Nel maneggio si sta svolgendo una ripresa. I bambini eseguono gli esercizi in ordine, mantenendo le distanze e in un clima di tranquillità. L'istruttore è l'olandese Karl Uytendaal, che preferisce farsi chiamare Carlos. Un personaggio simpatico, che mi parla a lungo della sua ammirazione per i D'Inzeo. "E' un vero peccato che i giovani di oggi non possano vederli."
Ritiene che la monta all'italiana (quella di una volta, s'intende) sia il miglior modo di montare i cavalli: in avanti e leggeri.
"E i cavalieri italiani oggi?"
"Mah, lasciamo perdere. Sono venuto per i ponies."
Graem li fa portare in uno dei recinti. Comincio a studiarli e a misurarli.
"Sembrano tutti uguali. Allora è proprio una razza."
"Già. Direi di si.", mi risponde Graeme.
"Voi li chiamate ponies, ma questi non sono dei ponies: sono dei cavalli in misura ridotta."
" Non ho mai preso in considerazione questo aspetto, ma ora che lei mi ci fa riflettere penso che sia così e che lei abbia ragione."
" Infatti, non hanno le caratteristiche morfologiche del pony, tranne l'altezza. Hanno, invece tutte le caratteristiche morfologiche del cavallo. Sarebbe meglio definirli, quindi, come piccoli cavalli o cavallini."
Continuo a misurare e a catalogare i cavallini di Graeme, che sostiene siano tutti esemplari con le caratteristiche tipiche di quel genere di equino. Ritiene che due di essi lo siano addirittura per eccellenza.
Penso quale possa essere la loro origine. Assomigliano molto ai ponies di Bali, che hanno provenienze cinesi. I cavalli cinesi hanno origini mongole, ma questi cavallini hanno un profilo rettilineo. Mi viene in mente l'ipotesi che siano la discendenza di un cavallo di statura più alta, che si è rimpicciolito per questioni ambientali. Ne parlo a Graeme. Mi risponde che la cosa è possibile. Ha notato, infatti, che quando una cavalla purosangue inglese, coperta da uno stallone purosangue inglese, entrambi importati, partorisce , il puledro raggiungerà una altezza di circa quindici centimetri inferiore a quella del padre e della madre. Un fenomeno, quindi, legato all'ambiente e all'alimentazione.
Non era, però, questo il momento di dedicarsi a tale genere di ipotesi e di considerazioni. Ora era necessario accertare se il cavallino tailandese fosse una vera e propria razza indigena e stabilire un modello delle sue caratteristiche morfologiche e caratteriali. Più che durar fatica nell'estenuante ricerca di singoli esemplari sparsi per le campagne, era necessario recarsi nei luoghi dove risultava una certa concentrazione di cavallini, per esaminarne tanti in un sol colpo.
Per consiglio della dottoressa Laddawalaya del ministero dell'Agricoltura, decido di partire per Kanchanaburi, a due ore di macchina da Bangkok, sul fiume Kwae (o Kwai), proprio dove si trova il ponte reso famoso dal film con Alec Guinness.
La sera prima della partenza, ricevo in albergo una telefonata di Graeme Mathieson, che reca belle notizie. Un suo amico, professore presso la facoltà di Agricoltura, gli ha fatto sapere che esiste un documento in copia unica, custodito nella Biblioteca Reale, vecchio di circa trecento anni e scritto in lingua tailandese antica, che descrive il cavallino e lo presenta come razza locale. La descrizione corrisponde agli esemplari che ho esaminato. A questo punto, l'ipotesi che il cavallino tailandese sia una razza indigena si trasforma in certezza, suffragata da prove.
E' con entusiasmo, quindi, che parto per Kanchanaburi, dove nel Family Camp organizzato e condotto da Lee Rhodes, una signora tedesca ultra ottantenne, che pur avendo vissuto in Tailandia per oltre quarant'anni non ha perso nulla della grinta teutonica, avrò la possibilità di vedere una quarantina di ponies, tra i quali sicuramente molti esemplari del cavallino tailandese.
In questa stagione, in pieno anno scolastico, il Family Camp non ha ospiti durante la settimana.L'attività si svolge in pieno ritmo durante i periodi di vacanza, specialmente d'estate. Ora i ragazzi vengono solo durante il fine settimana. La signora Lee Rhodes e la sua amica Verna Volz, americana, anch'essa ottantenne, mi ricevono, perciò, con grande piacere e disponibilità.
Il campo ha una estensione di quindici ettari, immersi nel bosco. Lee Rhodes, istruttrice di equitazione della federazione equestre tedesca, lo ha fondato nel 1962 con lo scopo di diffondere l'interesse e la passione per il cavallo tra i giovani. Non sono pochi i suoi allievi che, grazie al suo entusiasmo, sono in seguito diventati veteriniari, istruttori e cavalieri a livello competitivo internazionale.
Verna conosce di ogni cavallo presente vita e miracoli e ci tiene a farmeli conoscere uno ad uno raccontandomene la storia.
"Noi non accettiamo allievi che abbiano un peso superiore ai 60 chili.", mi dice, "Entro questo limite, poi, a seconda del peso di ciascuno, decidiamo quale cavallo o pony fargli montare. La nostra prima preoccupazione è quella di evitare all'animale, per quanto possibile, ogni tipo di sofferenza. Dedichiamo, infatti, la maggior parte del tempo al lavoro in piano e pochissimo agli ostacoli."
Dopo aver passato in rassegna tutto il patrimonio equino, composto per lo più da quelli che noi chiameremmo mezzi cavalli, vengo finalmente presentato ai cavallini tailandesi. Non sono numerosi come mi aspettavo, ma comunque ce n'è a sufficienza per collezionare dati.
A pranzo torno ad esporre la mia opinione che non li si possa catalogare come ponies, ma come cavallini. Lee e Verna si dichiarano in perfetto accordo con me. Anzi, li ritengono superiori ai ponies, poiché proprio perché hanno costituzione e andature da piccoli cavalli l'addestramento del cavaliere ne risulta avvantaggiato. Il bambino che cresce e deve "trasferirsi" sul cavallo adatto alla nuova statura, si trova perfettamente a suo agio, poiché non avverte alcuna sensazione diversa nel cambio delle proporzioni.
La mia ricerca non è certamente finita sulle sponde del fiume Kwae, ma è proseguita nel nord della Tailandia, dove più facilmente si trovano i cavallini, adoperati nelle zone montane come animali da soma o, come a Lampang, adibiti al tiro. Sostanzialmente si è trattato solo di collezionare conferme, poiché i cavallini corrispondono a un modello morfologico ben definito, con caratteristiche tipiche, che permettono senza ombra di dubbio di considerarlo come una razza indigena.
Nel rapporto che ho presentato al Ministero dell'Agricoltura della Tailandia ho descritto i parametri morfologici che dovranno essere presi in considerazione per la scelta di stalloni e fattrici, che saranno destinati a dar vita allo Stud Book del cavallino tailandese ed ho suggerito i territori che presentano le migliori condizioni ambientali per l'allevamento, le modalità e i metodi da seguire. Una attività che il Ministero terrà sotto stretto controllo e svolgerà direttamente.
Dei miei peregrinaggi nel nord, mi piace ricordare la visita all'Università Veterinaria di Chiang Mai, che costituisce un esempio da imitare.
Il complesso che forma la facoltà di Veterinaria si trova fuori città, ad alcuni chilometri di distanza dal resto dell'Università. Si articola in una serie di palazzine modernissime ed è dotato di maneggio e di scuderie. Il programma di studio si svolge in cinque anni più uno. I primi cinque anni riguardano gli studi di veterinaria di base e generici. Il sesto anno è quello dedicato alla specializzazione.
Il Ten. Col. Veterinario, Prof. Chumnan Trinarong si occupa della specializzazione in patologia e medicina equina. E' lui che ha voluto il maneggio e le scuderie.
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Il Ten. Col. Veterinario Prof. Chumnan Trinarong con alcune studentesse veterinarie asciugano i cavalli dopo una ripresa in maneggio
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"Sono convinto che il medico veterinario che dovrà dedicarsi alla cura dei cavalli", mi spiega, " deve anzitutto conoscere bene i suoi futuri pazienti. Gli studenti che vengono al mio istituto per la specializzazione in medicina equina, come parte integrante del corso, devono imparare a montare a cavallo e a occuparsi dell'animale. Tutte le mattine, dalle sei alle otto e la sera dalle quattro alle sei, li faccio montare in riprese che dirigo personalmente. Sono, poi, tenuti quotidianamente al governo dei cavalli e alla pulizia dei box. Insomma, per un anno, oltre agli studi in aula e in laboratorio, diventano al tempo stesso cavalieri e groom. Non abbiamo infatti personale che si occupa dei cavalli. In questo modo gli studenti sviluppano una sensibilità e una conoscenza nei confronti del cavallo che sarà loro utilissima nello svolgimento della professione."
Proprio come da noi.
La scheda sintetica del cavallino tailandese
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